Una nuova legge regionale dello spettacolo

Pubblicato il 13/03/2017
Ci chiediamo se oggi sia possibile avviare a soluzione l’ingarbugliato nodo delle politiche culturali e turistiche della Puglia. Ve ne sarebbero alcuni presupposti:
- è stato nominato il Direttore del Dipartimento Turismo e Cultura;
- ci sono poi un Responsabile dell’Ufficio Politiche Internazionali ed un Direttore del Dipartimento Sviluppo Economico, Innovazione, ecc. che si occupano entrambi di Fondi strutturali;
- è stato anche nominato il Commissario di Pugliapromozione, con la ‘mission’ di ristrutturare e razionalizzare anche le altre agenzie regionali quali il Teatro Pubblico Pugliese e la Apulia Film Commission.
Di recente è stata annunciata una riforma ed un potenziamento di Pugliapromozione in questa direzione, anche con incremento di personale. Naturalmente non basta trasferire nuove funzioni senza adeguarne struttura, ruoli e funzioni. Per esempio si può lasciare nella forma attuale lo statuto del TPP dopo la messa in carico all’ente delle 3 Istituzioni Concertistico Orchestrali, trasformandolo di fatto in ente di produzione? Comunque di recente la Giunta regionale ha approvato uno stanziamento di 3.500.000 euro a favore del TPP. Auspichiamo che lo stanziamento di fondi per le attività non significhi la rinuncia alla necessaria riforma di uno statuto del tutto inadeguato e all’applicazione delle linee guida, recentemente approvate, su incompatibilità e trasparenza.
Ultimamente però il Commissario ha annunciato che non potrà sottoscrivere il rinnovamento dell’incarico, che scade a breve, a causa del condominio con i lucani, mal sopportato da questi ultimi. Vogliamo sperare che però non venga vanificata la ‘mission’ che era legata all’incarico.
- c’è infine un Assessore ad interim.
Qualcuno parla di cumulo di incarichi o  addirittura di incompatibilità poiché l’Assessore gestisce anche il portafoglio dell’economia e dello sviluppo. Ma c’è chi pensa che non sarebbe male se le politiche culturali tenessero conto anche degli aspetti economici delle imprese del settore.
In realtà la questione di fondo è quella dei criteri di spesa che non dovrebbero essere più discrezionali, come continuano ad essere, ma vincolanti e trasparenti. Ci torneremo in seguito.
Ma partiamo dai dati. Secondo l’Annuario ISTAT 2015, per quanto riguarda gli incassi da sbigliettamento per lo spettacolo dal vivo, si registra il permanere di un netto divario fra il dato nazionale (19,3%) e quello regionale (16,7%). Anche se in una intervista l’ex assessore Godelli contesta i dati e rivendica l’erogazione di 40 milioni di euro in 7 anni per finanziare «circuiti di offerta culturale gratuita…che però non credo possano essere censiti vista l’assenza di sbigliettamento…». Rimaniamo quindi nel campo delle supposizioni.
È certamente vero che la politica ha investito quasi esclusivamente sulla offerta: un eccesso di prodotti a basso investimento a cui corrisponde un numero miserevole di acquirenti. Oltre a ciò gli spettacoli sono spesso offerti a ‘ingresso libero’. Però il problema è quello della domanda, cioè della creazione di nuovo pubblico e insieme della riqualificazione dell’offerta. In realtà il pubblico chiede qualità, per cui è anche disposto a pagare. Un eccesso di spettacoli di bassa qualità, anche se gratuiti, non risolve il problema. Di recente si è assistito ad episodi come le ‘lezioni di storia’ al Petruzzelli, dove si sono viste file di folla pagante che andava ad ascoltare le lezioni di illustri studiosi, e non certo su argomenti ‘popolari’. È probabile che in un mondo caratterizzato dalla “invasione degli imbecilli”, come profetizzava Umberto Eco, assistere a manifestazioni di competenza e di intelligenza ottenga un alto gradimento.
Ci si pavoneggia per il gran numero di operatori e aziende che però, secondo le leggi dell’economia aziendale, dovrebbero portare i libri in tribunale. Se infatti si incrociassero le giornate di lavoro dichiarate col numero degli operatori risulterebbe che questi lavorano solo una parte minima dell’anno. In realtà è stato creato un esercito di disperati che, riconosciuti dalla Regione come professionisti, si aspettano di essere finanziati ‘a piè di lista’ vita natural durante. Ma questo non è un segno di vitalità culturale della Puglia. Se ne è accorta anche la CGIL in un suo recente documento.
Da questo quadro emerge, a nostro avviso, la necessità di dare risposte su alcuni nodi di fondo:
a) Programmi comunitari 2014-2020. Poche note su questo punto fondamentale, che rappresenta il maggior cespite di finanziamento rispetto a quello nazionale e regionale. La Puglia rappresenta la cerniera fra l’Europa e il mondo balcanico, nei confronti del quale potrebbe svolgere un ruolo assai importante. Con i precedenti programmi sono stati finanziati progetti che non sempre si sono dimostrati validi sotto il profilo della sostenibilità e della auto-propulsività. In altri termini la filosofia dei Programmi comunitari è quella di avviare reti che al termine del progetto siano in grado di camminare sostanzialmente sulle proprie gambe. A nostra conoscenza non risultano progetti e attività che siano sopravvissuti allo scadere dei finanziamenti comunitari.
b) Creazione del nuovo pubblico. Ci risulta che alcuni importanti enti culturali pubblici stanno avviando un progetto strategico, finanziabile con i Programmi 2014-2020, i cui obbiettivi sono le coproduzioni strutturate e, soprattutto, la creazione del nuovo pubblico o audience development o mercato dello spettacolo, cosa che in tutti i Programmi europei viene considerato  un requisito qualificante. Rileviamo con piacere che recentemente anche l’AGIS si vuole muovere sulla stessa linea: in realtà si tratta di una vera e propria conversione ad u, dopo decenni di richieste rivolte esclusivamente al finanziamento della produzione.   Ma comunque ben vengano le conversioni sulla via di Damasco.
Si parla di creazione perché il pubblico giovanile della cultura non esiste in natura. È necessaria una chiara strategia infrastrutturale per fare dello studio e della frequentazione dello spettacolo dal vivo una parte importante e curriculare della formazione dei giovani a scuola, accanto alla letteratura e alle arti figurative. Sappiamo che il dato di partenza sono i gusti determinati dal primato dell’audience, che significa per definizione basso livello culturale. Ma accanto a questo gusto indotto, che è difficilmente riformabile a breve, vanno forniti gli strumenti per amare anche Shakespeare, Mozart, Verdi e Chaikowsky. Il bullismo lo si combatte anche modificando modelli e valori. E con il pubblico attuale che sempre più si riduce e invecchia gli operatori non hanno molte prospettive. Per raggiungere questo obbiettivo strategico si dovrebbe realizzare, nel tempo, la messa in rete delle scuole, con il coinvolgimento di docenti, studenti e famiglie, utilizzando lo strumento didattico e curriculare delle “Visite di Istruzione a monumenti e teatri”. Così si creerà un pubblico di turismo culturale destagionalizzato che potrà riempire un numero programmato di sale di capienza sufficiente, per tutti i giorni dell’anno. Un pubblico pagante ma con biglietti a prezzo politico.
Vi è poi la vexata quaestio delle coproduzioni, sia a livello nazionale che europeo. Esiste uno strumento legislativo, il decreto VALORE CULTURA, che al Punto ‘Riforma delle Fondazioni liriche’ recita: «Verrà introdotto l’obbligo di cooperazioni tra le Fondazioni e di condivisione di programmi e spettacoli». Perché, per esempio, la FLS Petruzzelli a Bari e il Teatro di tradizione di Lecce devono programmare due allestimenti diversi, magari per la stessa opera?
Per quanto poi riguarda la gestione economica, nello statuto della FLS è scritto: «In ogni sua attività, principale ed accessoria, la Fondazione opera secondo criteri di imprenditorialità e nel rispetto delle condizioni di equilibrio patrimoniale, economico e finanziario nella gestione». Si tratta di una linea di condotta che dovrebbe essere seguita da qualunque ente culturale finanziato prevalentemente dal pubblico denaro.
Però, per quanto lodevoli, le iniziative di singoli enti non sono sufficienti. Nulla induce a pensare che le irregolarità emerse siano un caso isolato o che riguardino solo la Fondazione.  E’ quindi necessaria una nuova normativa regionale che stabilisca regole vincolanti per tutti e relative sanzioni. Ed ora parliamo del:
c) Teatro Pubblico Pugliese. Innanzitutto un punto chiave: nello statuto non è scritto che deve distribuire solo spettacoli di prosa, come è successo per troppo tempo. Il suo ambito è lo spettacolo dal vivo e pertanto dovrebbe essere suo compito istituzionale promuovere anche i maggiori enti pubblici pugliesi di produzione, fra i quali ci sono la Fondazione Petruzzelli e le 3 ICO. E poi bisognerebbe abbandonare la logica del decentramento selvaggio, per cui si portano in ogni Comune, in ogni piccolo teatro con pubblici ridotti, delle compagnie per lo più extraregionali a cachet pieno, indipendentemente dagli incassi. In tal modo il TPP esporta ricchezza e ne carica i costi sui Comuni; costi che nel bilancio vengono chiamati ‘crediti’ e che costituiscono i 2/3 delle entrate. Forse definendoli crediti si riuscirà a mantenere in pareggio formale il bilancio economico; però sarebbe arduo dare lo stesso giudizio sul bilancio politico-gestionale di un ente che, nato come azienda al servizio degli Enti locali, vede oggi un CdA in contenzioso permanente con i suoi soci. Contenzioso che peraltro sarebbe di discutibile fondatezza e legittimità. Infatti per statuto i Comuni debbono versare una somma definita, proporzionale al numero di abitanti e che rappresenta anche la rispettiva quota sociale all’interno dell’assemblea. Gli ulteriori esborsi richiesti però non vengono riconosciuti come quote sociali. Quindi paradossalmente essi, pur essendo chiamati a versare complessivamente più della Regione, rimangono in minoranza all’interno dell’assemblea. Questo meccanismo finisce per deresponsabilizzare i Comuni che tenderanno sempre a rimettere i debiti al socio formalmente maggioritario. Su questo sarebbe auspicabile una presa di posizione dell’ANCI. Comunque la filosofia gestionale seguita finora non è più praticabile e pertanto andrebbe cambiata.
Sarebbe allora preferibile una rete di grandi teatri, la cui attività sia economicamente sostenibile, dove portare il pubblico tramite un sistema organizzato di trasporti: in tal modo si abbatterebbero notevolmente i costi e le risorse rimarrebbero a beneficio del territorio. E non si tratta di un pio desiderio. Ricordo a tutti che da 25 anni opera il “Teatroteam”, una sala di oltre 2.000 posti a cui affluisce pubblico, in modo organizzato, da tutta la regione ed oltre, e le cui entrate da sbigliettamento costituiscono il 90% del bilancio, per cui può fare a meno dei finanziamenti pubblici. Mi sentirei di condividere il giudizio di chi afferma che i compianti fratelli Petruzzelli e Bartolomeo Pinto siano i migliori impresari di spettacolo dal vivo che la Puglia abbia mai avuto.
d) Accorpamento, aziendalizzazione e riqualificazione degli enti di produzione. Il Ministero ha già cominciato a intervenire in questo senso anche in Puglia, escludendo dal Fondo Unico dello Spettacolo alcune compagnie pugliesi che non ne hanno i titoli; contestualmente c’è stato un accorpamento di compagnie che hanno ricevuto il riconoscimento di Teatro di Rilevante Interesse Culturale (TRIC). Si tratta di un fatto positivo. Il TRIC però dovrà corrispondere ai requisiti richiesti che sono:
  1. equilibrio fra la quota di finanziamenti locali, sia pubblici che privati, e quelli ministeriali;
  2. computo non più solo delle giornate lavorative, come previsto dalla attuale normativa regionale, ma soprattutto del numero dei lavoratori  impiegati stabilmente. Infatti la norma dice che l’organico potrà essere modificato per non più del 50% da un anno all’altro.
Quindi i criteri di valutazione dovranno essere sempre più piena occupazione e stabilità e sempre meno precarietà e sottoccupazione.
e) Legge Regionale 29 aprile 2004 n. 6. Fu emanata dalla giunta Fitto e redatta nella sede dell’AGIS. È ormai superata anche dalla normativa nazionale. Nel nostro volume e sul sito avanziamo alcune proposte di modifica che potrebbero essere spunto per una riforma che corregga le distorsioni del sistema pugliese.  In particolare le recenti vicende giudiziarie occorse a diversi enti e agenzie regionali evidenziano la necessità di regolamentare il settore delle gare pubbliche per le nomine del personale e per l’assegnazione di appalti e servizi. Va premiato il merito per cui andrebbero evitati: a)gli incarichi per chiamata diretta, più o meno camuffata; b)le gare pubbliche, cosiddette ‘sartoriali’, cioè preconfezionate su misura per chi le deve vincere. In altri termini i bandi non possono essere gestiti esclusivamente da coloro che ne recepiranno gli esiti, ma devono essere controllati da soggetti terzi che ne garantiscano la correttezza. A tale scopo sarebbero necessari anche organismi di garanzia a cui possa fare ricorso il concorrente che si ritenesse danneggiato; organismi che possano intervenire prima della magistratura, i cui tempi sono troppo lunghi. Segnaliamo comunque che il 24 gennaio u. s. la Giunta regionale ha approvato delle linee guida per le nomine nelle proprie società partecipate e negli enti vigilati che recitano: «Tutti i soggetti nominati devono essere in possesso dei requisiti specifici e dei titoli abilitativi stabiliti dalla normativa vigente, dagli ordinamenti dei soggetti giuridici o degli organismi presso i quali sono nominati, nonché possedere comprovati requisiti di professionalità, specializzazione ed esperienza, anche con riferimento ai risultati ottenuti nello svolgimento di incarichi analoghi…». Né possono essere nominati coloro i quali «si trovano in conflitto di interessi con riferimento agli incarichi stessi ovvero con il soggetto giuridico al quale la nomina si riferisce». Ci auguriamo che queste linee guida vengano realmente applicate.
Infine la questione di fondo, e cioè con quali criteri distribuire le risorse. Ne citiamo due adottati finora: la ‘storicità’ e ‘la qualità’. Adottare il criterio della ‘storicità’ significa però non tener conto che le aziende culturali sono organismi che possono nascere e morire; inoltre in tal modo si impedisce alle nuove realtà di emergere. Invocare poi la qualità culturale nasconde una realtà più prosaica. Chi decide infatti cosa è di qualità e cosa no? Sarebbero i decisori politici. Ed anche se si insediassero ‘commissioni di esperti’ sappiamo che queste non hanno mai avuto se non funzione consultiva, il che riporta al decisori politici. Siamo dunque di fronte ad una forma aggiornata di mecenatismo. Alla fine solo il pubblico pagante può essere il vero e l’unico giudice democratico degli spettacoli. Ma bisognerebbe trarne le conseguenze a livello normativo.


 



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