… le dolenti (?) note

Pubblicato il 05/10/2015
Non ho intenzione di affliggere con un ulteriore cahier de doléances i lettori di queste mie parole; tuttavia non posso dire di sentirmi confortato da quello che riguarda le sorti della musica in tutto il Paese e quindi nella nostra regione.
Purtroppo certe vecchie défaillances del sistema scolastico italiano hanno prodotto risultati deprimenti, conseguenza dell’istituzione scolastica statale che ha relegato la conoscenza e lo studio della musica a pochissime e troppo spesso superficiali informazioni nelle classi della scuola media inferiore – fatti salvi eroici impegni di singoli docenti, personalmente motivati o stimolati da alcuni illuminati dirigenti scolastici – per lasciare il compito dell’insegnamento concreto e sostanziale della musica alle scuole a ciò specificamente destinate (licei musicali, conservatori et similia) pubbliche o private che siano.
Parrebbe assurdo: in una nazione che nella sua storia culturale vanta primati indiscutibili e mirabili, non si considera lo studio della musica elemento essenziale della formazione dell’individuo. Basta guardare cosa accada in tal senso nel resto dell’Europa per rendersi conto di un divario ingiustificabile. Non basterà in tal senso appellarsi alla scusa della scarsa considerazione di Benedetto Croce, nella sua assai discutibile discriminazione tra studi e discipline teorici, ritenuti intellettualmente superiori a quelli pratici, con evidente disinteresse per la musica. Qualche tempo è pur trascorso e non poche riforme sono intervenute – e quante forsennate e scadenti! – da quei giorni di costruzione dello Stato, a partire dalle istituzioni che sono deputate alla formazione dei cittadini….. ma la questione non solo è restata allo stato d’origine, quanto addirittura le stesse scuole specifiche hanno subìto una recente riforma che fa acqua in ogni senso.
In breve sintesi: se fino alla fine del secolo gli studi musicali venivano svolti in tre fasce corrispondenti a corsi inferiori, medi e superiori (pressappoco parallelamente agli studi medi inferiori, superiori ed universitari) oggi i conservatori di musica sono assurti al livello di Istituti di Alta Formazione Artistica e Musicale alle dipendenze del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ma si tratta di una riforma molto discutibile: nelle difficoltà anche economiche presenti già dai quei giorni, si trasformò il conservatorio in scuola di livello universitario – dico in modo semplicistico – senza provvedere prima a scuole musicali di livello elementare, medio inferiore e superiore ed oggi il Conservatorio, per far fronte a tale ridicolo e grottesco handicap fondamentale, si occupa anche dei corsi preaccademici, cioè si fa prodromo a se stesso, anche perché senza corsi che diano accesso all’attuale conservatorio, non si capisce come ci si dovrebbe arrivare preparati per via regolare, constatato l’esiguo numero dei licei musicali oggi esistenti. Più volte ho espresso ad alta voce l’opinione che i Direttori di Conservatorio dovrebbero insieme formulare una proposta rigorosa e razionale. Una soluzione praticabile – senza pretendere arrogantemente di risolvere in poche parole cose certo molto complesse – potrebbe essere il ritornare al vecchio sistema in cui si partiva da un corso inferiore e si passava ad un corso medio per concludere con i corsi del livello superiore. Modificando ed equiparando i programmi, aggiornati e svecchiati da certe vecchie assurdità (quale quella di situare J. Brahms tra i musicisti moderni e C. Debussy tra i contemporanei, ad esempio) si sarebbero avute all’interno del Conservatorio scuole medie inferiori e superiori da cui accedere ai Corsi Superiori Accademici di Primo Livello Triennale e di Secondo Livello Biennale. Oggi abbiamo i superiori corsi Accademici e non ci sono scuole medie e licei che ad essi dovrebbero preparare e condurre… sono davvero nozze con i fichi secchi e ne deriva un caos indicibile, con secca perdita di credibilità per l’istituzione da parte degli studenti che si rendono conto sulla propria pelle ed a caro prezzo del difficile barcamenarsi della scuola musicale pubblica italiana. Quel che è peggio è che all’interno dei conservatori, pur tra difficoltà, assurdità, disordini e disorientamento, agiscono molti eccellentissimi musicisti che insegnano con serietà, slancio, dedizione, formando allievi che fanno onore, nonostante tutte le avversità, al Paese in concorsi e cimenti internazionali importantissimi.
Purtroppo la mancanza di un criterio più sensato ed organico nella riforma è una faccenda non estranea alla triste caratteristica italiana di avere poca considerazione della cultura e della funzione altamente educatrice dell’arte. Se Marcel Proust sosteneva che la barbarie non è la mancanza di arte e cultura ma il non saperne riconoscere il valore ed il non saperle conservare e sostenere, vediamo così umiliata e sottovalutata l’Italia di Dante e di Giotto, di Palestrina e Verdi, di Manzoni, Leopardi, Caravaggio, Bernini, Foscolo, Rossini, Bellini, Piccinni e non devo fare certo un elenco per dire quanto la nostra bellissima terra sia connotata dalla creatività geniale dei suoi figli in tutte le epoche, anche nelle più buie. Oggi formalmente ci sono discussioni e solerti iniziative a pro della valorizzazione e della speculazione circa i fenomeni artistico-culturali, ma alla fine restano spesso episodi isolati o di nicchia, lontani dalla vita reale, i cui protagonisti sono spesso persone del tutto ignare dei fatti dell’arte. Troppo spesso si procede con i cosiddetti ‘eventi’ con il risultato di non provvedere ad una normale regolarità.
Mi limiterò ora a parlare delle cose relative alla musica, perché di questo sono un po’ competente: ma non escluderei che il discorso si possa riferire ad un contesto più ampio e generale.
Avevo circa sedici anni e mi recavo in bicicletta in conservatorio, dove studiavo composizione e pianoforte ai tempi gloriosi di Nino Rota: ad un semaforo mi salta dietro un ragazzo simpatico e dai modi spicci che, aggrappandosi alla mia schiena mi chiede uno strappo. Mi domanda cosa io faccia, glielo dico e lui: «Allora vuoi diventare un Karajan!» aggiungendo che lui di  musica non sa niente di particolare. Però a quei tempi anche chi non si interessava di musica sapeva chi fosse Karajan. Oggi studenti liceali, a meno che non interessati specificamente, sono spesso del tutto refrattari e si vantano di non accedere alla musica cosiddetta ‘classica’ per limitarsi ai fenomeni in voga come il rap, il metal, il rock ed altre simili espressioni, senz’altro non prive di una loro validità. Ma io che amo moltissimo De Andrè o Lucio Dalla, per far solo alcuni nomi, non mi sono mai sentito di dire che trovo nelle loro canzoni la sostanza di un lied di Schubert o di un brano di Bach o Beethoven, così come non mi sognerei mai di valutare un film di svago sia pur delizioso, magari con Totò o Tina Pica, ad un film di Fellini o Bergman o Antonioni, così come non mi sentirei di equiparare un fumetto pur delizioso di Topolino ad uno scritto di Boccaccio o Pasolini.
C’è stata una sorta di abbandono di quelle istanze, culturali in senso lato, e senza intellettualizzazioni radicali, con cui fino a tutti gli anni 60 le istituzioni investivano energie e strategie per rendere sempre più evoluti quegli strati sociali in cui da sempre la cultura era stata bandita.
La televisione trasmetteva sceneggiati che proponevano versioni, alcune volte eccellentissime, di capolavori della narrativa mondiale che così venivano offerti alla conoscenza, sia pur mediata, di coloro che per molti motivi non avevano confidenza con la lettura. Ricordo persone di modestissime condizioni sociali e culturali, che avrebbero avuto anche difficoltà ad acquistare dei libri, allora molto più costosi di oggi, citare Manzoni come Dickens, Tackeray, Omero, Virgilio, Bacchelli ed aspettare le biografie televisive a puntate di Caravaggio, Dante, Colombo, consigliando amici e parenti di non perdere quelle occasioni.
Oggi qualcosa si sta facendo, però con molta minore serietà: la sete di cultura pare riemergere, ma si vedono certe biografie e racconti letterari romanzati e falsati in nome di un livellamento seducente a pro delle aspettative e dei desideri di un pubblico “grandefratellizzato” che vuole sentirsi informato culturalmente senza aver fatto molto per esserlo. E non è quindi affatto strano che la maggior parte di adolescenti e giovani non accettino assolutamente di mettere in discussione la loro convinzione che Jimi Hendrix sia da considerare un musicista quanto meno pari a Beethoven se non addirittura superiore e poi, come corollario automatico della stessa sindrome, ci sono idioti che addirittura dicono che Beethoven non avesse il senso del ritmo. I nostri anziani parenti non particolarmente edotti in fatto di musica, non avrebbero mai detto simili castronerie. Con buona pace di Jimi Hendrix, naturalmente. Ma io continuo a pensare che le sinfonie di Beethoven siano conquiste non della sola musica, ma del genere umano, per motivi che non lascerebbero nel dubbio chiunque abbia studiato un po’ seriamente la musica così come si fa con la storia della letteratura e dell’arte o della filosofia.
Non intendo certo esaltare la concezione pitagorica e neoplatonica della funzione educatrice della musica in base a concezioni mitico-mistiche-matematiche, cosa del resto non priva di notevoli motivi di interesse, ma certamente non sfuggirà all’attento indagatore dell’importanza dell’istruzione e della cultura nella formazione dell’individuo che il peso della produzione musicale nella storia della società è comunque significativo e che, di conseguenza, non darne una sistematica informazione nei piani di studio della scuola pubblica è sancire una lacuna che in altri paesi europei è vista come gravemente ingiustificabile e singolarmente discordante con l’immagine dell’Italia quale paese musicale per antonomasia.
Non dedicherò ulteriori parole alla questione in senso lato, per cercare invece di esprimere un parere personale, che non presume assolutamente di essere esaustivo o determinante, ma che deriva da un po’ di esperienza derivante dal mestiere di musicista operativo e, ancor più, da oltre trentacinque anni di insegnamento, svolto per i primi due anni presso il conservatorio foggiano e poi in quello barese.
Insisto sul dolore nel vedere il pessimo andamento determinato dalla nefasta riforma dei conservatori perché in tanti anni di lavoro con gli allievi, ho potuto constatare le difficoltà, gli ostacoli di ogni sorta, spesso assurdi e derivanti da una burocratizzazione che invece di snellire e favorire il lavoro individuale, lo impastoia in tortuose strettoie e spesso rendono faticosa la realizzazione di fatti musicali più di quanto faticoso non sia il lavoro stesso in un mestiere assai difficile, in cui la massima competenza e preparazione tecnica e creativa non sono mai garanzie assolute e sufficienti per le realizzazioni: è sempre in agguato l’alea del singolo momento, di un hic et nunc, che non si limita al dove e quando ma anche alle circostanze, alla situazione emotiva, al carattere del pubblico e dell’ambiente in cui e per cui si fa musica. E non parlo della difficoltà per chi come me è compositore di vivere in una condizione in cui il rispetto e la considerazione delle istituzioni per gli autori è pressoché nulla. Un qualunque saltimbanco da fiera, musicante o no, fa ‘evento’ e magnati e potenti, con trasandata goffaggine – salvo rarissime eccezioni – non esitano a sostenere prodotti ed autori insignificanti, se non proprio pessimi, per ammannire alle masse prodotti che di davvero culturale non hanno che una parvenza bistrata come volti di meretrici.
Ed allora mi guardo indietro e penso a tanti ragazzi conosciuti da fanciulli, ed ora uomini, alcuni avviati alla carriera musicale ed avverto una trepidazione da padre morale di giovani musicisti a cui si sia cercato di fornire strumenti professionali, artistici ed intellettivi ma, soprattutto, un esempio di lealtà, onestà, limpidezza. E vedo che comunque quasi miracolosamente dai conservatori italiani emergono ancora elementi di gran valore, nonostante le sciagurate contingenze, con restrizioni e prosciugamenti, resi certamente necessari da una crisi economica generale.
Circa i motivi della parsimonia imposta dai fatti dell’economia, che troppo bene conosciamo e subiamo, certamente non si chiederebbe mai di privilegiare le arti e lo spettacolo piuttosto che la sanità o i fondi di solidarietà sociale, ma vorrei che ci si soffermasse sull’importanza, per quanto di non immediato riscontro, dell’elevazione del costume sociale attraverso la scuola e la cultura. Abbiamo con molto dolore sentito dire che l’arte non fornisce prodotti concreti ed utili. Se gli antichi dicevano che carmina non dant panem intendevano dire che da sempre sono sottostimati e delusi la cultura e soprattutto gli autori, e la frase del poeta Quinto Orazio Flacco attiene anche al vizio dei potenti e delle istituzioni di celebrare gli artisti del passato, ignorando i viventi, la cui fortuna sarebbe eventualmente questione demandabile post mortem. Ma se oggi la frase può essere volgarmente intesa come dichiarazione della astratta inutilità pratica della cultura, vorrei qui citare le parole sublimi di William Shakespeare nelle prime pagine del quinto atto del Mercante di Venezia:
«Osserva una mandria selvaggia e travolgente, o un branco di puledri giovani e non domati, che saltano precipitosamente, tra muggiti e nitriti secondo la natura del loro sangue: se per caso raggiunge i loro orecchi uno squillo di tromba o una melodia, vedrai che si fermano tutti all’istante, con gli occhi ammansiti dal dolce potere della musica. Perciò il poeta raffigurò Orfeo che smuoveva alberi, sassi e fiumi, proprio perché non c’è nulla di tanto duro e rabbioso la cui natura la musica non trasformi.
L’uomo che non ha musica nel cuore ed è insensibile alle armonie melodiose è pronto ai tradimenti, agli inganni ed alle rapine; i moti del suo animo sono oscuri come la notte, i suoi appetiti sono tenebrosi come l’Erebo: non fidarti di lui. Ascolta la musica».
 
Alla situazione disagiata della scuola di musica dobbiamo ancora aggiungere la difficoltà con cui il giovane musicista deve poi confrontarsi. La questione è, evidentemente, relativa allo stato delle cose in Italia, dove il lavoro del musicista deve scontrarsi con trappole di ogni genere e soprattutto con un sistema lavorativo poco meritocratico, basato su appartenenza a precisi ambienti e giri di conoscenze, al sistema dei concorsi, non di rado gestiti senza troppa trasparenza, per non dire del sistema delle agenzie che gestiscono il lavoro dei musicisti con un potere debordante.
In Puglia, particolarmente, abbiamo un problema di fondo di antica origine: la mancanza di quella che potrei definire una ‘regìa’ dell’attività regionale in campo musicale. Da sempre vediamo che le istituzioni concertistiche e teatrali dalle maggiori alle meno grandi non dialogano tra loro e capita di vedere programmati negli stessi giorni concerti, spettacoli, rappresentazioni operistiche che con un po’ di coordinazione sarebbero potute essere distribuiti con maggior raziocinio.
Il Conservatorio barese, forse il più grande d’Italia per numero di iscritti – che avrebbe bisogno di un aiuto significativo per risolvere alcune carenze di strutture, a partire dalle aule insufficienti e non sempre adeguate – non ha rapporti costanti con le maggiori istituzioni del territorio, laddove, a mio avviso, in qualsiasi circostanza in cui si faccia riferimento alla musica, dovrebbero essere i conservatori e le scuole di musica gli interlocutori primari, e non solo come magazzini da cui approvvigionarsi quando si intenda produrre eventi musicali a costo minimo.
Oggi vediamo finalmente risolta la questione della direzione della Fondazione Petruzzelli, affidata ad un Sovrintendente di indiscutibile capacità artistica e culturale, colpo di fortuna straordinario, se si pensa allo spesso squallido balletto delle poltrone in questo settore, in cui gli equilibri politici giocano troppo di frequente un ruolo superiore a quello della competenza. Sarebbe importante che Fondazione, Conservatori ed altre istituzioni si coordino tra di loro, e che, dal momento che la crisi in atto sta colpendo un po’ tutte le maggiori associazioni legate al mondo dell’opera o del concertismo orchestrale (i più costosi in termini venali) le coproduzioni abbattano i costi, collaborando con serietà e considerazione con le scuole ed attingendo alla popolazione scolastica per progetti di maggior entità fornendo così, con borse di studio e cachet adeguati ai giovani musicisti in età scolare, un prima forma di sostegno degli esordienti. Si darebbe così la possibilità del debutto professionale senza dover attendere tempi biblici di entrata nel giro di agenzie et similia, preparando professionalmente i giovani strumentisti e cantanti all’attività di orchestrali e coristi con la partecipazione a fianco delle masse con esperienza conclamata già presenti nel territorio.
La terra di Puglia vanta una ricca messe di giovani musicisti riconosciuti quali eccellenze di livello mondiale: dalla brillantissima affermazione di Beatrice Rana, leccese di nascita ed allieva di Benedetto Lupo, docente illustre fino a pochi anni or sono presso il Conservatorio Nino Rota di Monopoli ed ora titolare della cattedra di perfezionamento di pianoforte dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, per citare anche le conferme di Leonardo Colafelice e Giorgio Trione Bartoli, entrambi allievi del conservatorio barese sotto la guida di Pasquale Iannone. Figlio del pianista e docente Luigi Ceci e fratello del pianista Mirco, si è affermato brillantemente in diversi concorsi internazionali il violinista Gabriele Ceci, confermando la presenza autorevole dei virtuosi degli strumenti ad arco, come le sorelle Buccarella, Giulia (violinista) e Giovanna (violoncellista), come il violinista talentino Massimo Quarta, o Carmelo Andriani, per non dire dei violisti Maurizio Lomartire e Paolo Messa, o ancora del violoncellista Vito Paternoster, assai generosi anche nell’insegnamento, accanto alla scuola pianistica di ben nota e riconosciuta eccellenza, espressione di una tradizione in tal senso seriamente elogiata da giganti del pianismo mondiale come, uno per tutti, il compianto Aldo Ciccolini, in cui militano personalità come Marisa Somma o Emanuele Arciuli. In tal senso è opportuna un’osservazione sul fatto che bisognerebbe tener presente la specificità pugliese legata alla costante presenza nella Storia dei musicisti pugliesi a partire dalla cosiddetta Scuola Napoletana, con nomi come N. Piccinni, T. Traetta, G. Paisiello fino a S. Mercadante, N. De Giosa, U. Giordano, P. La Rotella, R. Gervasio, O. Fiume e via di seguito. La nostra è una regione dai molteplici talenti e quelli nel campo artistico sono molti e di elevata statura. Si aggiungano le eccellenze degli altri Conservatori pugliesi, come il Tito Schipa di Lecce, in cui operano con risultati decisamente entusiasmanti musicisti come il pianista, direttore d’orchestra e compositore Francesco Libetta, o il soprano Amelia Felle, per non dire dei musicisti pugliesi che onorano la nostra terra all’estero come i pianisti Gianfranco Sannicandro e Nicola Frisardi, impegnati in Austria tra Salisburgo e Vienna, come l’organista Domenico Tagliente, che fu allievo del Conservatorio Umberto Giordano di Foggia. E nel vicino Conservatorio molisano di Campobasso vediamo un illustre docente di corno come Giovanni D’Aprile, che ancora frequenta l’attività musicale pugliese insieme alle importanti presenze in campo internazionale, e sempre a Campobasso troviamo un illustre ex allievo del conservatorio barese, Sergio Monterisi, docente assai stimato di direzione d’orchestra, che produce un’offerta musicale di notevole rilievo nella vita molisana. Nei conservatori pugliesi vediamo aumentare sempre più la presenza di allievi afferenti ai corsi accademici di primo e secondo livello in diverse discipline, compreso lo studio del canto lirico, che vede affermarsi con sempre maggior evidenza una tradizione che vede esprimersi anche talvolta anche come docenti ex allievi dalle prestigiose carriere internazionali come, oltre la citata Amelia Felle, i baritoni Domenico Colaianni, Vittorio Prato, Marcello Rosiello e Roberto De Candia, i tenori Donato Tota e Aldo Caputi, per non dire dei fratelli Naviglio, dalle brillanti carriere internazionali, Lucia soprano drammatico, Pietro basso duttilissimo e Giuseppe, baritono dalla cospicua carriera di interprete poliedricamente sensibile, con in curriculum decine di incisioni discografiche realizzate nell’ambito dell’esegesi e restituzione dei capolavori del sei-settecento napoletano sotto la guida di un altro illustre barese, Antonio Florio, uno dei massimi conoscitori del barocco partenopeo, in quanto tale acclamato dalla stampa e dai musicologi d’ogni nazione. E non si dimentichi la figura di musicologi del calibro di Dinko Fabris, oggi docente, dopo una lunga militanza nel suo conservatorio barese, presso il Conservatorio di San Pietro a Maiella di Napoli. Dispiace dire che il suo allontanamento da Bari ha parzialmente indebolito l’interesse per il barocco pugliese-napoletano che aveva visto per qualche tempo Giuseppe Naviglio prodigarsi per trasmettere la sua specifica competenza a moltissimi allievi, spesso appositamente iscrittisi per seguire le sue lezioni.
Oggi siamo ancora in ansia di sapere come e quando si risolverà la questione relativa all’auspicata sopravvivenza del Liceo Musicale Giovanni Paisiello di Taranto, seriamente minacciato di chiusura, forse nelle mire salvatrici del Governatore Michele Emiliano, a cui chiedo altresì di voler intervenire prestamente per risolvere positivamente la questione delle orchestre ex ICO di Bari e di Lecce, oggi in bilico a seguito dell’estinzione delle Province. Perché, oso suggerire, non formare un’orchestra regionale che serva a proporre la musica in tutto il territorio accanto all’eccellente – ed in fase di definitivo assetto – orchestra della Fondazione Petruzzelli? E spero anche che si attui il progetto significativo di formare un’orchestra in ogni conservatorio, cosa che, per quanto riguarda il conservatorio di Bari, potrebbe anche rappresentare un criterio di saggio utilizzo del famoso e chiacchierato dono del Sultano dell’Oman Qaboos bin Said: ben tre milioni di euro destinati circa otto anni fa all’attività didattico-musicale del conservatorio barese dall’illustrissimo monarca, noto per il grande amore per la musica, denari ancora quasi del tutto immobilizzati per complicazioni d’ogni genere.
Mi rendo conto di aver citato i nomi solo di alcuni, ed in massima parte amici, che stimo molto, dimenticando in totale buona fede tantissimi non meno meritevoli di considerazione. Per quanto riguarda l’aver fatto tali nomi, tra cui quelli dei Naviglio, notoriamente miei stretti parenti, chi mi conosce sa che detesto ed ho sempre evitato qualsiasi forma di nepotismo o partigianeria. Quelli che ho citato sono stati nominati perché li considero ottimi musicisti e basta. Piuttosto mi dispiace per tutti gli altri non indicati, che spero non me ne vorranno e che mi auguro riflettano sul fatto che scopo di queste poche parole è segnalare a chi di dovere quanto di buono già ci sia stato, ci sia e ci potrebbe essere ancora con il necessario e giusto sostegno.
Occorre che tutti coloro che ‘possono’, finalmente ‘vogliano’ sostenere concretamente le potenzialità locali, senza campanilismo, ma anche senza trascurare il fatto che l’Arte se non produce – ammesso che sia proprio così – beni materiali, costituisce pur sempre una delle migliori forme di esercizio dell’animo umano affinché al Bello per analogia corrisponda, come dice Platone nel Simposio, il Bene: un Bene che è necessario quale strumento e scopo insieme del vivere sociale affinché corrisponda al vivere civile.
Oggi credo che a fronte della validità delle forze attive in campo musicale si possa investire, si debba investire, affinché questo sia un ulteriore segno della ricchezza nativa della terra di Puglia.
_____________________________
*Ha conseguito i diplomi in Musica Corale e Direzione di Coro, Composizione e Direzione d’orchestra. Autore di opere, balletti, musica sinfonica e corale, cameristica e vocale, musiche di scena e colonne sonore, è titolare della Cattedra di Storia della Musica presso il Conservatorio Niccolò Piccini di Bari. Discepolo di Nino Rota ne ha curato la pubblicazione e revisione di molte composizioni, collaborando in qualità di componente del Comitato Scientifico per il Fondo Rota con la Fondazione Giorgio Cini di Venezia che ne custodisce l’archivio. È autore di numerosi saggi storico-musicologici su Nino Rota, Benjamin Britten, Sergei Rachmaninov, Gaetano Donizetti, Gustav Mahler ed altri. È stato fondatore di Harmonia - Orchestra e Coro dell´Università di Bari.


Nessun dato da visualizzare