Spettacolo dal vivo: costi e ricavi (contributi e finanziamenti)

Pubblicato il 13/03/2017
Nella relazione introduttiva al “Progetto Platea” siamo partiti dalle conclusioni (Relazione Fus 2015) e quelle analisi, oggi, sembrano definitive; tutti i contributi che sono seguiti alla proposta hanno confermato quelle conclusioni di un estenuante dibattito ventennale; il fatto che da nessuna parte sia arrivata una critica al metodo, una contestazione dei dati, una obiezione sui contenuti, ci lascia più perplessi che soddisfatti.
Tutti i dati del settore relativi al 2016 (Siae, Istat, Inps/Enpals) fotografano una condizione di stagnazione rispecchiata nella Relazione al Parlamento sul Fus, tardiva (dicembre 2016), ripetitiva, senza un obiettivo chiaro, come un acquerello senza colori che non vale il prezzo della tela (circa 650.000 euro per l’Osservatorio dello Spettacolo): uno spreco.
Dunque, le conclusioni condivise portano dritto alla chiusura di una lunga storia, esaltante solo per la spesa ma contraddittoria per i risultati, con la certezza di aprire una pagina nuova.
Ripartiamo dalle contraddizioni; alla domanda (in)pertinente di Versienti su quella che era «l’onda pugliese» dopo una lunga “narrazione”, Silvia Godelli ha confessato: «…a una visibilità complessiva molto alta (…) non ha corrisposto un aumento altrettanto vigoroso dell’occupazione, soprattutto di quella giovanile che è rimasta al palo»; non solo, Silvia ha anche evitato di riprendere la favola illusionistica della moltiplicazione degli utili di ritorno 8, 9, 10 volte per ogni euro investito: fosse vero anche a metà, potremmo abbattere il debito pubblico in pochi anni e nello stesso tempo avremmo eliminato ogni “spreco”.
Gli sprechi, invece, quando ci sono e noi sappiamo che ci sono, si affrontano con il “controllo della spesa” attraverso il criterio dei “costi standard”; quelli con i quali lo Stato ha risparmiato 120 milioni di euro per l’acquisto delle siringhe, senza ridurre il numero o la qualità del servizio al cittadino.
Servizio al cittadino, appunto, nel nostro caso al cittadino/spettatore, allora non ci resta che applicare la formula con un esempio pratico.
 
Una giornata/spettacolo costa, mediamente, 100 €/operatore; una compagnia di 10 unità (attori e tecnici) ha un costo medio di 1000€/giorno;un’impresa di produzione calcola il 30% in più di spese generali per un totale di circa 1300€/giorno;per una giornata/spettacolo; fuori sede si aggiunge una diaria fino al 50% del costo giornaliero, per un totale di 1800€/giorno; nel caso di un indispensabile trasporto di scene ed allestimenti, si può aggiungere un costo giornaliero di 200€, per un totale di 2000€/giorno (valori al lordo).
 
Posto un prezzo medio del titolo di accesso ad uno spettacolo a 10€,l’incasso in una sala fino a 100 posti può arrivare a 1000€, in una fino a 200 posti, tutti venduti (senza ingressi a “titolo gratuito”) arriverebbe a 2000€;con capienze superiori si riescono a coprire, oltre ai costi di produzione, anche i costi di gestione della sala,la Siae, la pubblicità, le imposte varie.
Questa piccola esemplificazione di microeconomia del sistema dello Spettacolo dal vivo (dati riferiti alle attività di prosa), trova riscontro in una lontana osservazione sui dati complessivi che si ripetono ogni anno nelle “Relazioni al Parlamento” e ne conferma la imbarazzante attualità: se il totale degli incassi del botteghino (dati Siae) risulta di molto superiore al totale delle retribuzioni certificate (dati Enpals), l’obiettivo di un’auspicabile sbocco occupazionale, nel settore, diviene una chiara, complicata forse, questione di ridistribuzione, al netto del “caporalato” e del “lavoro nero” denunciato nell’ultimo rapporto della Cgil-Puglia.
Se queste considerazioni risultano condivisibili e, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, tutti sembrano condividerle, ne consegue che nella complessa, eppure lineare, sequenza di competenze “esclusive o concorrenti”, di fondi statali e fondi regionali, di prelievi fiscali a strascico e rimesse con il contagocce, non si capisce perché  l’ultimo anello della  catena istituzionale, il “Comune”, venga chiamato in prima battuta alla copertura di ciò che risulta un “deficit contabile”, alquanto strano e piuttosto improbabile, attraverso un contributo, in alcuni casi con un finanziamento (di un presunto deficit); copertura replicata dai finanziamenti regionali e, infine, triplicata dai finanziamenti ministeriali.
A fronte dell’evidente paradosso, esistono, però, alcuni dati di fatto che definiscono una cornice all’interno della quale si producono tutte le distorsioni del sistema ma, che, nel contempo, ripulendo, recuperando e rigenerando, ci consente di trovare il giusto equilibrio tra produzione e diffusione, tra offerta e domanda; i dati sono:
  • crescita del numero delle produzioni;
  • crescita del costo delle produzioni;
  • riduzione delle risorse pubbliche (Fus, Frs);
  • riduzione della spesa dei Comuni;
  • numero dei biglietti venduti senza segnali di crescita negli ultimi anni.
Se per i primi due dati, sarà il mercato a determinare un adeguamento,e se per gli altri due la crisi ha una prospettiva di lunga durata, l’ultimo rappresenta una variabile sulla quale concentrare ogni sforzo per aprire un nuovo orizzonte verso uno “sviluppo partecipato” che resta l’unica, vera giustificazione dell’investimento pubblico, in grado di offrire un“servizio” al cittadino contribuente.
In breve, visto che anche il Presidente dell’Agis-Puglia ha capito da che parte si semina il grano, agli Amministratori, a tutti livelli, a cominciare dai Sindaci, al Governatore, sino al Ministro, non resta che predisporre atti (Leggi e Regolamenti) consequenziali.


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