I beni culturali di Bari: conoscenze o “contenitori”

Pubblicato il 05/10/2015
Quella dell’abbandono e del mancato recupero dei “contenitori culturali” – come la stampa ama definirli – presenti in Bari è ormai una maledizione: è forse uno di quei “wicked [stregati] problems” cui Webber e Rittel dedicarono un loro ormai famoso scritto per Policy Science negli anni 1960 (Webber, Rittel, 1965).
Si tratta di un problema che forse appare ai politici locali irrilevante o irresolubile mentre ai cittadini appare a mio avviso giustamente importante e mentre si tratta di un problema semplice e comune, altrove sempre e facilmente risolto, quando si guardi come ‘terzi’, esterni, alla discussione locale. Sul carattere solo apparentemente (per i governanti locali) stregato di questo problema converrebbe, pertanto, soffermarsi per meglio analizzarlo.
Ma intanto forse conviene, anche, chiedersi, preliminarmente, se esiste davvero questo problema: se Bari abbondi di “contenitori culturali” abbandonati e non recuperati: già rispondere al primo punto della domanda sarebbe utile, poiché se non ve fossero potrebbe evitarsi il tempo perso sul secondo. È abbastanza facile rispondere di no, che Bari non abbonda di “contenitori”.
Bari non abbonda di contenitori perché è una città antica tutto sommato di modeste origini (Orazio viaggiando da Roma a Brindisi per raggiungere la Grecia nel 37 a.C. ne disse solo di esservisi fermato in una trattoria sotto le mura …), una città di pescatori e di mercanti più interessati al contenuto (il ‘contante’ nel loro caso) che al contenitore (i palazzi) (Salvemini, 1989) e una città moderna dove ahimè solo gli anni tra le Due Guerre sembrano avervi lasciato segni architettonici e urbanistici degni di menzione. Le quaranta chiese che si dice esistano in “Bari Vecchia”, heritage di un lungo arco di secoli che va dall’alto medioevo al XIX secolo, sono per lo più chiesette di ‘quartiere’ a parte le due grandi cattedrali di S. Nicola e S. Sabino e comunque non potrebbero scambiarsi e riusarsi in alcun modo per contenitori culturali, opponendovisi la logica e la legge. Il convento di S. Scolastica sulla punta nord delle mura residue della città, di proprietà della provincia e quindi ora della città metropolitana, dopo essere stato usato dagli anni 1990 agli anni 2000 quale sede della facoltà di Architettura del politecnico di Bari, è ora museo archeologico. Palazzi importanti, di ricca committenza feudale o di capitale non ve ne sono, per le dette radici sociali storiche. Non vi sono né vi sono mai stati mercati e borse, né teatri o altri edifici pubblici di spicco. Finanche il municipio (il “Sedile”) cinquecentesco, in piazza Mercantile, è un piccolissimo edificio il cui lato notevole è solo il loggiato a grandi archi di sommità (di cui s’impadronirono nel secolo XIX i mercanti sorrentini Starita che avevano appena acquistato dai ricchi De Mona e ristrutturato il grande palazzo che ancor oggi si chiama “Starita” nell’attigua piazza del Ferrarese. Solo il grande castello medievale ampliato poi radicalmente nel secolo XV, di proprietà statale, potrebbe – ma solo nel futuro – usarsi quale “contenitore culturale” in quanto ospita tuttora gli uffici della soprintendenza del ministero della Cultura.
Bari non abbonda di possibili “contenitori” neppure nella ‘città nuova’, la cui costruzione fu avviata nel Decennio Francese nel regno di Napoli (1806-1815) a mezzo di un interessante ‘piano ortogonale’ (Friedmann, 1987) che prevedeva il dono alla città dei suoli attorno alla città antica appartenenti al re e l’esproprio di quelli appartenenti ai conventi e alle famiglie nobili e quindi il lease di lotti edificabili a favore di quanti chi li chiedessero e per essi pagassero un canone annuo), e sostanzialmente costruita dai Borbone-Napoli una volta ritornati in sella a Napoli dove la sconfitta di Napoleone e il congresso di Vienna. Nella città nuova, infatti, a parte il grande palazzo della Prefettura ricavato intorno al 1810 ampliando e ristrutturando il convento di S. Domenico (ing. Gimma, l’autore anche del piano che a Bari è chiamato “Murattiano” dal re francese Murat) e il nuovo grande palazzo che era e è tuttora del Municipio edificato negli anni 1840 (ing. Nicolini: lo stesso che qualche anno prima aveva edificato in Napoli accanto al palazzo reale lo splendido teatro di corte dedicato S. Carlo) e che contiene anche il civico teatro “Piccinni”, e a parte anche la piccola chiesa centrale un tempo detta “del borgo” e poi intitolata a S. Ferdinando per celebrare il re Borbone, tutti edifici ancora ben conservati e pienamente in uso per le funzioni originarie, non vi sono sostanzialmente edifici importanti che possano scambiarsi e riusarsi per contenitori: il grandissimo palazzo delle scuole (“Ateneo”) degli anni 1860 di proprietà dell’università “Aldo Moro” è sede del rettorato e dei connessi uffici amministrativi e di governo e ospita anche due grandi dipartimenti-facoltà; mentre il grande convento extra moenia “dei Passionisti” è del ministero della Difesa che tuttora lo usa. Anche nella città nuova ‘francese’ e poi della prima metà e soprattutto dei primi vent’anni tra le Due Guerre del sec. XX non vi sono palazzi importanti: i pochi che ve n’erano, residuo del trasferimento dalla città vecchia alla città nuova o dell’arrivo ‘dalla campagna’ di famiglie eminenti per storia o per fortuna economica, sono stati malamente abbattuti e ricostruiti negli anni 1950 e 1960 per farvi condomini per appartamenti per abitazioni e locali per negozi. Il cinema teatro “Margherita”, degli anni 1910, di proprietà statale ma recentissimamente fatto oggetto di una permuta stato-comune, è stato parzialmente restaurato e è usato saltuariamente ma positivamente in genere per esibizioni culturali con grande gradimento della popolazione. Il più piccolo cinema-teatro “Santa Lucia”, da sempre in buono stato, è stato di recente acquistato dalla regione Puglia per farvi pare la sede di attività culturali che godano in qualche modo del sostegno regionale, a partire da quelle cinematografiche. Vi sono, è vero, non poche caserme (molte e importanti, anche per architettura, quelle costruite durante il periodo fascista, ma si tratta in genere (con qualche eccezione, com’è per quella sussidiaria dell’Aeronautica un tempo residenza della truppa in corso Sonnino) di grossi edifici tuttora in uso e comunque non abbandonati: la caserma “Rossani”, dell’Esercito, in adiacenza alla piazza della centrale stazione ferroviaria, ricca di ampi spazi liberi e di grandi edifici per lo più di modesto valore architettonico e pertanto perfettamente riusabili per altri fini, è stata anni fa anch’essa come ora il “Margherita” oggetto di una permuta stato comune (il comune cedette allo stato la Prefettura e la grande chiesa-ostello per pellegrini russi di primo secolo XX detto “Chiesa Russa”) e – essa sì, purtroppo, tuttora – un “contenitore” ‘in cerca di autore abbandonato e male in arnese, anche se di recente occupato da giovani di gruppi ‘antagonisti’ per farne un centro culturale: nelle scorse settimane, finalmente, il comune ha deliberato di voler farne rapidamente e senza tante spese e contese un parco di quartiere punteggiato di vecchi edifici militari restaurati e riusati per fini culturali, sintonizzandosi su quanto una maggioranza di benpensanti del quartiere e della città da tempo attendeva.
Ma allora? Tanto rumore per nulla? A ben guardare solo “la Rossani” di proprietà del comune nella città nuova e l’ex convento e ex casa di riposo per anziani “…” innanzi all’ingresso del porto di proprietà dello stato sono davvero abbandonati e in attesa di una nuova destinazione: tutto il resto è sostanzialmente ancora in uso o attraverso una impegnativa e ahimè lunga – com’è in genere in Italia – fase di restauro punteggiata di soste per carenza di fondi, fallimenti di appaltatori, carenze progettuali che esigenti approfondimenti o ridisegni, e quant’altro di simile. Ciò non vuol dire, ovviamente, che si possa star contenti e silenti: le critiche propositive di ‘cittadini attivi’ e di immigrati appassionati della loro nuova patria aiutano molto, in questi casi.
Ma, per concludere, un richiamo ai baresi a un mea culpa per loro indebito orgoglio di grandezze sprecate largamente presunte. Insomma, per la città antica – quella dove più sono in genere grandi complessi edilizi abbandonati da riusare vantaggiosamente per le emergenti finalità sociali – Bari non è Bitonto, per citare solo una delle più importanti città della neo-istituita città metropolitana che si contendono con Bari, città centrale della metropoli, la palma della storia. Ma i baresi forse non accetterebbero questa provocazione, sulla quale per un istante ho deciso di insistere, per riportare alla realtà o almeno a una possibile realtà quanti si esaltano innanzi a una presunta ricchezza in “contenitori” di cultura. Bitonto fu, infatti, città romana forse più importante di Bari, ha un centro antico pieno zeppo di grandi palazzi e di grandi conventi, una localizzazione che se non è sul mare come quella di Bari è comunque affascinante per il suo affaccio sul grande creek del Tiflis (il torrente che i baresi chiamano lama Balice) e il suo incastonamento nell’enorme foresta artificiale ampia 15mila ettari dell’oliveto sviluppatosi tra medioevo e età moderna, un museo nazionale costituito di recente sulla donazione da un privato di una quadreria, un castello-torre ricco di affascinanti gallerie ipogee cinquecentesche, mura e porte urbiche per larga parte ben conservate, una splendida cattedrale le cui sculture romaniche non hanno pare pari in Puglia. Non so se continuare, preferisco non insistere ancora nella provocazione. D’altra parte Altamura, Bitonto, Gioia, Giovinazzo, Gravina, Molfetta, e Ruvo, tanto per citare solo alcuni dei centri maggiori e di più antico lignaggio, sono ormai tutti componenti attivi e insostituibili della città metropolitana che reca il nome di Bari.
Per la città nuova, in fondo, Bari ha un solo richiamo di grande valore culturale: quello costituito dal suo lungomare monumentale degli anni 1930 e ancor prima dal suo rapporto con il mare. Ma per essi non si tratta di “contenitori”, per fortuna, si tratta di paesaggi-ambienti en plen air anch’essi peraltro da valorizzare, conservandoli con scrupolo e empatia: proprio ciò che si rischia di non fare se è vero un ampio tratto di mare nel porto, fiancheggiante lungomare a ovest della penisola della città antica, verso la Fiera del Levante, è stato interrato per ricavarne un grande e deturpante parcheggio per camion.
Vorrei concludere con un richiamo all’attenzione su un punto importante: non è che la cultura valga ‘a peso’, per storia o chissà per cos’altro: Bari può essere povera di contenitori perché la sua comunità si è dedicata a attività più immateriali di quelle per es. di costruzione di edifici, alla mercatura e allo sviluppo della democrazia (non è per questo che agli albori del sec. XIX con i francesi della ‘rivoluzione’ divenne capitale della provincia sostituendosi alla Trani piena di nobili che parteggiava per la ‘reazione’ filo borbonica) e della conoscenza (non è vero che già nel sec. XIX istituisce una scuola universitaria di economia e quindi negli anni 1920 l’università che conta oggi decine di migliaia di allieve e allievi?). Su questi piani differenti da quelli dei “contenitori” Bari ha costruito a proprio modo conoscenza e cultura, alimentando la preziosa diversità della “Terra” cui ha finito per dar nome da secoli, forse da quando i greco-romani di Costantinopoli o Bisanzio abbarbicati a quanto restava in oriente del mondo romano e dell’impero, decisero di eleggerla a capitale dell’ultimo ridotto outre mer della propria conoscenza e della propria cultura qual in quell’alto medioevo fu la Puglia e a localizzarvi la casa del “catapano” – il governatore politico e militare bizantino – proprio là dove pochi anni dopo, ancora nell’XI secolo, il destino avrebbe voluto fosse la casa del vescovo turco Nicola, venuto in spoglie mortali da Mira e dalla Lycia per rapimento commissionato ai sedici marinai baresi della caravella dall’abate benedettino di Bari Elia.
Al di là, peraltro, del patriottismo in termini di beni e risorse culturali, che in Italia genera enfasi e indebite sovrastime dell’heritage, come rileva Settis (2010), e al di là anche della ignoranza che molti hanno del proprio heritage, con la conseguenza di danneggiarlo e quindi distruggerlo in vari modi, si tratta di un’attività di valorizzazione sociale dai rilevanti risvolti economici. Restaurare e riusare accortamente, efficientemente, senza sprechi e in tempi non biblici, per gli usi originari o per usi con questi compatibili, edifici che sono stati teatri e che tali e auditorium possono ben continuare a essere o conventi per farne musei significa per esempio generare lavoro per tanti giovani impegnandoli nel contempo in quella ‘economia della conoscenza’ che è oggi il driver più potente dell’economia della globalizzazione attraverso l’intero pianeta, attrarre spettatori e visitatori e sviluppare economia del turismo, promuovere una rinnovata ‘bellezza’ della città e del paesaggio. Una cooperazione tra soggetti pubblici, almeno in Italia spesso quasi sempre proprietari dei ‘contenitori’, e soggetti privati è certamente possibile e anzi auspicabile, al di là della contrapposizione netta tra soggetti e fini che vivacemente anima oggi il panorama attuale della politica italiana per la gestione dei beni culturali: ‘protezionisti’ vs valorizzazionisti’, per intenderci, Settis da un lato, fautore di una tutela integrale e pubblica, e il presidente del Fondo Ambiente Italiano Carandini dall’altro piuttosto che l’attuale vertice politico del Ministero dei Beni Culturali, su una posizione di tutela ‘flessibile’ pubblica-privata. È certamente possibile nel campo della gestione dei beni culturali diffusi che non siano eccezionali monumenti dell’heritage italiano o anche locale (una qualità che dovrebbe essere sempre giudicata nei termini di una raffinata integrazione di conoscenza esperta e comune e di ‘democrazia’ sovralocale e locale, al fine di evitare errori in un giudizio che è sempre, costitutivamente, difficile) una cooperazione tra soggetti pubblici e soggetti privati. I soggetti privati intelligentemente attivi in campi che sono al confine tra dimensione pubblica e dimensione privata e che queste due ‘dimensioni’ della sfera sociale tendono in genere a non frequentare (non sono insomma né stato né mercato) ormai sulla scena delle città, ovunque nel mondo, protagonisti virtuosi di un ‘terzo settore’ che è capace di porsi e di realizzare missioni altrimenti impossibili. E non si tratta, dicendo ciò, di pensare a antiquati modelli di intervento cooperativo, si tratta di nuove forme di cooperazione creativa che sollecitano gli agenti sociali e culturali a nuove sfide a nuovi ruoli: alcune iniziative di promozione creativa di energie latenti giovanili assunte negli anni scorsi da municipalità europee o da governi regionali (Saint Nazaire in Francia, programmi “Bollenti Spiriti” e “Principi Attivi” in Puglia, per esempio) potrebbero assumersi quali esempi, in un certo senso, delle nuove forme di cooperazione creativa culturale qui evocate, ma il panorama in proposito è vasto, in Europa come ormai anche nelle terre del risveglio democratico della ‘primavera’ dalla Tunisia all’Egitto, alla Turchia, e a tanti altri paesi per esempio dell’Africa o del vicino oriente asiatico da Israele e Palestina al lontano Oriente di India e Cina. Una vasta gamma di artisti e di professionisti in genere converge su questi sforzi creativamente e generosamente portando alla luce milieux culturali urbani latenti e esprimendo ‘atmosfere’ nelle città che sono potenti richiami di altre energie e altre iniziative quali altrimenti impensabili moltiplicatori sociali, culturali, e economici.
 
Riferimenti bibliografici
Friedmann, J, Planning in the Public Domain, Princeton, Princeton Univ. Press 1987.
Salvemini, B., Prima della Puglia, in Masella, L., Salvemini, B, Eds. Le Regioni nella Storia d’Italia. Puglia, Torino, Einaudi 1989.
Settis, S., Costituzione, Paesaggio, Cemento, Torino, Einaudi 2010.
Webber, Rittel, Dilemmas in Planning Theory, Policy Science, 1965.
Orazio, Satire, I, 5, 94-97 (cit. a p. 183 in Silvestrini, M., Morizio, V., Chelotti, M., La vita del Municipio, in Tateo, F., Ed., Storia di Bari dalla Preistoria al Mille, Roma-Bari, Laterza 1989, pp. 177-231). Vedi anche Orazio, Satire, Milano, Corriere della Sera Edizioni, 2012.
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*Professore ordinario di Ingegneria del Territorio nella Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Bari, è stato nel 1985 fellow dello Special Program in Urban and Regional Planning nel Massachusetts Institute of Technology di Cambridge (Usa). Dal 2000 direttore del Master Universitario di II Livello annuale in Pianificazione Territoriale e Ambientale del Politecnico di Bari. Dal 1999 al 2012 responsabile di progetti scientifici europei e italiani sulla ingegneria dell’acqua e del territorio e sul cambiamento climatico urbano (Sustainable Use of Soil and Water in the  Mediterranean Region, Antinomos. Ecourb). Ha redatto piani territoriali in Albania (Lushnje), Italia (Delta del Po, Parco Nazionale Alta Murgia), Marocco (Rabat-Casablanca), Tunisia (Tunis) e Turchia (Izmir).


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