Gli enti dell'erogazione culturale: le politiche strategiche e di spesa della Regione Puglia al bivio

Pubblicato il 07/10/2014
«Poco dopo erano a tavola tutti e quattro: lui e la Santa, il ricordo di lei e se stesso. Erano a tavola tutti e quattro»: come nel romanzo visionario di Carmelo Bene Nostra signora dei turchi (Sugar editore, Milano 1966) vi sono convitati di pietra invisibili (in questo caso il ricordo della Santa e il doppio di se stesso…), così ve ne sono stati finora nelle politiche culturali della Regione Puglia.
In un discorso più o meno approfondito su queste politiche i convitati in carne e ossa (cioè obiettivamente massicci) sono molto riconoscibili e possono essere identificati nelle azioni per lo spettacolo inteso come “effimero” (qualificazione in ogni caso non necessariamente ed anzi niente affatto consustanziale allo spettacolo), mentre quelli invisibili, presenti solo “in pectore” o “in corde”, sono altri tipi di azioni, che molto avrebbero a che fare con la cultura ma che - aimè - semplicemente non vi sono stati.
Parafrasando una iniziativa editoriale in due corposi volumi, potremmo affermare dunque che le politiche culturali nella Regione Puglia sono vissute, anzi «vivono di spettacolo» (cfr. Vivo di spettacolo. Risultati del progetto, testimonianze e contributi, a cura di Nadia Masini, Besa Editrice 2008). Le azioni di cui la cultura si è nutrita e di cui ha vissuto in Puglia, come ampiamente noto, si chiamano Puglia Sounds, Medimex, Circuito d’autore, Teatri abitati, Bif&st-Bari International Film Festival, Fondazione Apulia Film Commission (protagonista di scelte in alcuni casi a dir poco discutibili: Beautiful, Rex…), Teatro Pubblico Pugliese (nella sua nuova configurazione giuridica – involutiva – di organismo strumentale della Regione), Dansystem, Puglia Events. Per il resto, occorre evocare la fiaba con protagonista Cenerentola.
Questo complesso di azioni culturali, massicciamente sostenuto a partire dal 2008 con i fondi europei FESR (Programma Operativo 2007-2013, Asse IV, Linea d’intervento 4.3) per circa 55 milioni di euro e con i fondi regionali per circa 40 milioni di euro (in tutto ci si avvicina a 100 milioni, se si aggiungono i programmi frontalieri con Grecia e Albania), avrebbe determinato – secondo alcuni - un grande salto di qualità della nostra Regione: linea interpretativa supportata attraverso il conferimento da parte della Regione di studi e report sull’impatto delle azioni, essenzialmente in termini di calcolo del moltiplicatore (referti però la cui significatività è purtroppo offuscata dal fatto che gli organismi cui le analisi sono state commesse in alcuni casi sono i medesimi finanziati dalla Regione per altre attività).
La rivendicazione di questo supposto salto di qualità è stata rafforzata con operazioni in qualche modo autoreferenziali che potremmo anche definire “tautologiche”: sono consistite nell’esaltare le dichiarazioni congratulatorie che sono venute qua e là da ambienti UE (in qualche modo quasi necessitate, dati i termini di paragone con le altre Regioni del Mezzogiorno d’Italia…) acquisendole acriticamente, peraltro nella discutibile convinzione che gli orientamenti dell’UE siano – per così dire – “oro colato” e non referti e/o impostazioni programmatici che necessitano in alcuni casi di ampie revisioni critiche. Ciò, naturalmente, non significa affatto negare che nella “scatola degli attrezzi” dell’UE vi siano componenti interessanti. Ad esempio il programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione “Horizon 2020”, lanciato in Italia il 7 aprile 2014, contiene importanti notazioni sul patrimonio culturale e sulle identità europee. Allo stesso modo il nuovo quadro europeo dei fondi strutturali al 2020 consente utili riflessioni. Ugualmente dicasi per il programma “Europa Creativa” e in particolare per il sottoprogramma “cultura”.
D’altra parte le poche analisi specifiche disponibili in Puglia sugli impatti, di fonte sul serio terza, ci segnalano che le cose non stanno poi così bene come potrebbe sembrare: si veda ad esempio lo scritto di Nicola Marrone I conti dell’Enpals: commento all’indagine sull’occupazione, nel già citato Vivo di spettacolo.
Ciò che non è stato finora oggetto di attenta e non settoriale riflessione ha riguardato di certo il concetto di cultura, la relazione fra cultura e sviluppo, quindi il profilo più utile delle azioni culturali da attivare anche nel loro reciproco coordinamento e nei pesi specifici o ranghi che dovrebbero qualificarle.
Potremmo ad esempio adottare, a questo scopo, alcune suggestioni che appartengono a riflessioni recenti, ma solo per sottolineare che la problematica è molto attuale e soprattutto di rilievo strategico. Come ha felicemente ricordato Roberto Grossi, raccogliendo la citazione di altri (cfr. Roberto Grossi, Una strategia per la cultura. Una strategia per il Paese, in Una strategia per la cultura. Una strategia per il Paese. IX rapporto annuale Federculture 2013, 24 Ore Cultura, Milano 2013), forse l’Italia vera è nata a Londra alla metà dell’Ottocento, quando Giuseppe Mazzini fondò la scuola di Hatton Garden che raccolse 600 ragazzi italiani che i genitori avevano venduto ad impresari perché li utilizzassero negli spettacoli di strada.
Ecco un bel richiamo storico che ci permette di ricostituire - quasi plasticamente – la relazione non transeunte, non inane che dovrebbe esservi fra cultura e società. L’effimero dei piccoli saltimbanchi, insomma, che viene ricondotto nelle virtuose guidelines della valorizzazione del capitale umano e della dignità umana, senza alcuna indulgenza! La disutilità dell’effimero che si confronta (soccombendo) di fronte dell’utilità dell’intervento incisivo e strutturale per valorizzare le capacità umane.
Per convincersene, basterebbe aver chiaro che l’intervento incisivo sulle capabilities è connaturato proprio a quelle tipologie culturali, quali i presidi “MAB” (Musei-Archivi-Biblioteche), che meglio di altre – per ragioni strutturali – intervengono a plasmare le dinamiche (individuali e collettive) del knowledge. Forse non è superfluo chiarire al lettore che nell’adoperare il termine capability ci riferiamo alla seminale speculazione del premio Nobel Amartya K. Sen su capabilities e functionings: ‘funzionamenti’ ovvero risultati acquisiti idonei per “star bene” (per inverare il nuovo welfare) e ‘capacità’ umane intese come abilità o condizioni facilitanti, favorevoli per rendere concreti detti ‘funzionamenti’. Vale a dire che il conseguimento di livelli accettabili di welfare non dipende tanto dalle risorse date e dal reddito disponibile, ma dalla esistenza o meno di capacità adeguate a fecondare l’acquisizione di concreti e idonei risultati, per cui l’espansione delle capacità (a cui concorre soprattutto il sapere, il knowledge) è il fattore strategico nonché imprescindibile per costruire società compiutamente welfaristiche o che abbiano una qualche speranza di diventarlo.
Questa linea metodologica di pensiero è in qualche modo recuperata negli orientamenti FESR 2013-2020 dell’UE, che sembrano correggere il settorialismo dell’approccio precedente e spezzare qualche lancia a favore di una concezione della cultura intesa non come comparto (teatro, musica, cinema, etc.) ma come potenziale volano di fecondazione del “capitale umano”, risorsa di inclusione e valorizzazione sociale, quindi intervento che non può attardarsi nei finalismi e nelle modalità operative che hanno caratterizzato filosofia e prassi dei fondi strutturali UE 2007-2013.
Si avvicina a tale linea di pensiero, peraltro, anche il recente (anno 2015) rapporto promosso dalla Commissione UE Cultural Heritage Counts For Europe (CHCFE), che si sforza di individuare per il patrimonio culturale un impatto quadruplice: economico, sociale, culturale, ambientale (il che servirebbe almeno a correggere la tendenza – peraltro molto domestica – a considerare la cultura una sorta di “ancella servente” dello sviluppo economico e segnatamente, nelle declinazioni ancor più banali e furbe, di un comparto del medesimo, il turismo…).
Sembra, insomma, si stia cominciando – sia pure molto, molto timidamente - ad ammettere che la cultura sia un valore in sé, cioè non funzionale al turismo né ad altra qualsivoglia branca dello sviluppo economico comunque declinato, ma fattore in primo luogo al servizio della valorizzazione del “capitale umano”, appunto, che si nutre come noto di impulsi in prevalenza immateriali basati fondamentalmente sul knowledge.
E se la filosofia dell’UE non riuscisse a compiutamente attestarsi su questa frontiera avanzata, sul serio adeguata al XXI secolo (che è il secolo in cui il sapere costituisce la principale forza produttiva), dovrebbe – potrebbe – essere interesse per quel che riguarda l’Italia delle Regioni, specie delle Regioni del Sud, cioè quelle più in ritardo, rivendicarla, con uno sforzo di programmazione strategica autocentrata e quindi più feconda di virtuosi risultati. Pur se purtroppo – ne siamo consapevoli - lo “stato dell’arte” e la consistenza oltremodo debole delle istituzioni regionali oggi non incoraggia questa rivendicazione a ridislocare su livelli più adeguati la riflessione sul valore/valenza della cultura.
Invece proprio per il Mezzogiorno d’Italia questa rivendicazione, cioè una correzione che vada almeno in direzione di quanto già adombrato nel citato Cultural Heritage Counts For Europe, sarebbe senza alcun dubbio di vitale importanza. L’assunto principale della correzione dovrebbe partire da una approfondita riflessione sul flop della cosiddetta “strategia di Lisbona” e sull’ammissione della necessità che la crescita sia intelligente, sostenibile e solidale. In questo quadro è di certo da accogliere l’orientamento dell’UE a promuovere sette flagship initiatives (iniziative-faro) fra le quali non c’è la parola “cultura” (al fine di evitare una declinazione settoriale della stessa) ma vi sono, fra l’altro, le ICT, l’istruzione e la solidarietà.
Ciononostante sembra che continui ad avere molto favor, oggi, nel nostro Paese, una strana concettualizzazione di cosa sia un “sistema produttivo culturale” (SPC): ci riferiamo ovviamente alle metodologie costruite da Unioncamere e Fondazione Symbola, che includono nel SPC 82 serie di attività economiche attinenti alla quinta cifra Ateco (industrie culturali, industrie creative, performings arts e arti visive, patrimonio storico-artistico-architettonico), cui vengono aggiunte attività del settore pubblico e noprofit. In questo modo del SPC finiscono per far parte anche videogiochi, sw, architettura, comunicazione e branding, design e produzione di stile, artigianato, intrattenimento, convegni e fiere. Se a questo SPC così concettualizzato si aggiungono tutte le altre attività economiche attivate direttamente o indirettamente dal SPC, si ottiene la cosiddetta “filiera della cultura”, punto di arrivo della costruzione in parola. Secondo l’ultimo Rapporto Symbola 2015 Io sono cultura, il SPC nazionale, così calcolato, sarebbe assommato nel 2014 a 84 miliardi di euro, che avrebbero attivato ulteriori 143 miliardi, per un totale di “filiera” pari a 226,9 miliardi di euro (moltiplicatore: 1,7). Conclusioni a nostro avviso piuttosto problematiche, perché il concetto di “cultura” che emerge in queste metodologie è discutibile: la principale controindicazione ci sembra sia nel fatto che questa costruzione favorisce una idea della “cultura” come driver di sviluppo territoriale e non – in primo luogo – come driver di sviluppo del “capitale umano” (o, se si vuole, aderendo ad Amartya Sen, delle “capacità umane”), fattore strategico per ogni altro impatto, anche economico.
Come dunque si può notare, la via più disastrosa da intraprendere per approcciarsi all’utilizzo dei nuovi fondi comunitari sarebbe proprio quella di insistere acriticamente sulle linee operative finora applicate in Puglia nel campo delle attività culturali, peraltro incoraggiate nei rapporti Symbola (oltre che dai laudatores di professione, che non mancano mai), né ci sembra che nella Regione si sia dato vita finora ad una approfondita riflessione su questo complesso di cruciali problematiche, specie in feconda “conversazione” con la società civile.
Se volessimo fare riferimento ai fondamenti teorici che incoraggiano l’accennato nuovo approccio, è d’uopo riferirci alla speculazione seminale di David Throsby, che ebbe a distinguere il capitale in quattro fattispecie, fisico, umano, naturale e appunto culturale, ove per quest’ultimo deve intendersi un capitale che incorpora “valore culturale” oltre al valore economico che pure possiede: il “capitale culturale”, insomma, possiede un valore in più che lo contraddistingue e che non può essere ignorato (cfr. D. Throsby, Economia e cultura, ilMulino, Bologna 2005). Inoltre, sembra necessario ammettere che il “capitale culturale” debba attivare una speciale sinergia anzitutto con il “capitale umano” e solo in seconda istanza con il capitale fisico o naturale.
Anche perché i principali parametri che definiscono la qualità del “capitale umano” non hanno conosciuto in Puglia significative evoluzioni. Evidentemente si potrebbe anche ipotizzare che il fattore “culturale” sia stato declinato in consistenze eccessivamente “effimere”, tanto da impedire strutturali cambiamenti di segno. Facciamo un solo esempio, relativo alle statistiche sullo stato della lettura in Puglia, qualora fossimo d’accordo nell’ammettere che leggere (su qualunque supporto) aiuti a migliorare le “capacità” (capabilities) individuali.
Ebbene, il divario Nord-Sud resta il medesimo negli anni e la Puglia non fa avanzamenti: l’ISTAT ci segnala che i lettori di almeno un libro (letto non per motivi scolastici o professionali) sono scesi nel 2014 rispetto al 2013 dell’1,9% in Italia, dello 0,4% nel Sud, del 2,6% in Puglia (in Puglia legge almeno un libro un infimo 26,8%). I lettori “forti”, quelli che leggono 12 o più libri all’anno, sono in Italia un altrettanto infimo 14,3%, nel Sud addirittura il 6,9% (cfr. ISTAT, La produzione e la lettura di libri in Italia). L’AIE nel suo rapporto sull’editoria presentato alla Fiera del Libro di Francoforte del 2015 ci propone un confronto internazionale con la Spagna e la Francia, ove i non lettori sono rispettivamente il 37,8% e il 30%, a fronte dell’Italia ove sono ben il 58,6% (e di questo 58,6% un pesante 39,1% riguarda dirigenti e professionisti).
Nonostante questo panorama non esaltante le politiche regionali pugliesi per le biblioteche, gli archivi e i musei sono state tenute dalla Regione rigorosamente ai margini, non ritenendosi che questi comparti del patrimonio culturale fossero adeguati a garantire gli obiettivi (neppure molto chiari, per verità…) che ci si proponeva, invece, con l’impiego di massicce risorse finanziarie per i settori “effimeri”. Sta a dimostrarlo lo stato in cui purtroppo versano nella macchina burocratica della Regione gli uffici per i beni culturali (popolati di amministrativi, burocrazie non tecniche che pertanto – per quanto individualmente volenterose – poco possono incidere), nonché lo stato dei “poli interbibliotecari” e la situazione per verità niente affatto ottimale delle biblioteche singolarmente considerate.
Riguardo agli uffici, il punto critico più rilevante è nella obiettiva impossibilità di tali apparati, così configurati, di garantire la copertura tecnico-operativa di alcune leggi regionali nel frattempo emanate, come la n. 15 del 6.7.2011 (ecomusei), la n. 17 del 25.6.2013 (beni culturali), la n. 40 del 12.12.2013 (promozione della lettura), che sono rimaste finora – quale più quale meno – belle “grida manzoniane”.
Riguardo al precario stato di salute delle biblioteche, una disamina preziosa al 31 dicembre 2011 è stata radiografata dall’AIB ed essa è di per sé molto eloquente: si consulti il report sintetico realizzato dalla medesima AIB, che censisce in Puglia n. 449 biblioteche funzionanti, in http://www.aib.it/struttura/sezioni/puglia/2013/35960-report-censim-bib-pug/ (purtroppo finora, e siamo al 2015, non vi è stata utilizzazione alcuna di questi dati da parte della Regione, né messa a disposizione di un ampio pubblico).
Talché, riunendo tutte queste problematiche, sembra sia ormai maturo attivare nel comparto una vera e propria spending review, obiettivata a liberare risorse impiegate in modo inefficiente e inefficace o in modo sovradimensionato al fine di reimpiegarle per premiare gli asset strategici, le eccellenze o comunque le buone pratiche a 360°, che anche in Puglia esistono.
Riguardo ad archivi e musei la situazione è ugualmente povera di risultati. Sui presidi museali la Regione sembra non riuscire ad affrancarsi da una declinazione molto tradizionale delle tipologie da sviluppare. Si pensi soltanto alla circostanza che la Puglia, regione in cui le stimmate dell’acqua dovrebbero essere con decisione valorizzate, non ha un “museo dell’acqua” (su questo problema ci sia consentito rinviare allo scritto Acqua, risorse e competenze roba da museo, in W. Morgese, L’amore per la cultura, Edizioni dal Sud, Bari 2011). In realtà è l’importanza dei musei della scienza a non aver fatto passi avanti in Puglia, di certo per l’assenza di linee regionali di programmazione innovativa del comparto. In compenso si è pensato – chissà perché – a un museo del cinema (propriamente “Museo Contemporaneo dell’Audiovisivo”), finanziato dal MIBACT con i fondi POIn per 1,8 milioni di euro.
Per gli archivi è da osservare che le enormi potenzialità di questi presìdi sono state solo sfiorate.
Per tali ed altre ragioni la potenziale rete regionale “MAB” (Musei-Archivi-Biblioteche) ha ricevuto in Puglia finanziamenti FESR per una quarantina di milioni di euro (una decina alle biblioteche, circa 25 ai musei, gli scampoli agli archivi): per verità occorrerebbe aggiungere anche alcuni milioni di euro destinati dai cosiddetti “SAC” (Sistemi Ambientali-Culturali) alla filiera “MAB”, che però risultano essere salvo rare eccezioni  un clamoroso monumento allo spreco e alla vacuità programmatoria.
Costruendo dunque politiche “culturali” siffatte, che nella Regione Puglia sono state – per di più – spiccatamente assessorili (solo la deformazione dell’approccio assessorile ci fa comprendere forse la obiettiva incongruenza di parcellizzare presso due assessori diversi la titolarità delle materie “cultura” e “beni culturali”!), non si è stati in grado di  percepire ciò che è stato felicemente definito “l’ingiustizia culturale” (cfr. Rosaria Amato, L’ingiustizia culturale, su «la Repubblica-R2 Cultura» del 10 febbraio 2014), vale a dire il fenomeno per cui politiche culturali non adeguatamente comprensive ed equilibrate né compiutamente vigili rispetto agli impatti macro/micro, precludono ogni possibilità di incidere in modo controtendenziale sul terribile vortice che – nello scacchiere globale – provoca la crescita del divario economico-sociale e determina la formazione di una vasta massa di persone tendenzialmente espropriate dei diritti al knowledge (al sapere, alla conoscenza): talché lettura, arte, teatro, musei, cinema, musica, danza non sono più fruibili da tutti o comunque diventano beni dalla cui fruizione è escluso un numero sempre crescente di persone.
Invece proprio la necessità di reagire alla “ingiustizia culturale” anima e motiva un importante movimento di intelligenze e di operatori che tende a far compiere ad esempio alle biblioteche la paradigmatica transizione dalla cultura al welfare, al fine di trasformarle in presìdi sempre più adeguati proprio per combattere la società ingiusta e polarizzata (sia permesso rinviare a: W. Morgese, Biblioteconomia sociale? Certo, per contribuire al nuovo welfare, su «AIB Studi» n. 3 del 2013; ed anche a François Bourguignon, La globalizzazione della disuguaglianza, Codice Edizioni, Torino 2013).
È lo stesso ordine di considerazioni che portò il grande figlio della Puglia Paolo Grassi a scrivere sul teatro frasi che si collocano di certo “fuori del teatro”: «Il teatro è un modo di amare le cose, il mondo, il nostro prossimo. Io non ho mai amato il teatro come fine a se stesso, cioè come un luogo riservato a questa fauna, che è una delle specie animali, cioè i teatranti. Attraverso il teatro io penso tutto il resto: io vedo la politica attraverso il teatro, vedo l’urbanistica» (cfr. Paolo Grassi, Quarant’anni di palcoscenico, Mursia, Milano 1977).
In conclusione bisognerebbe rileggere e riconsiderare radicalmente le politiche culturali regionali secondo i parametri di riferimento che si sono qui argomentati: se venisse compiuto questo sforzo analitico si comprenderebbe meglio l’importanza di procedere nella costruzione di virtuose sinergie di tipo “MAB” proprio come base di partenza, con l’ausilio di enti specializzati rivalutati, per promuovere un articolato concerto di azioni culturali di varia tipologia che sappiano transitare correttamente nel welfare: anche, ma in modo equilibrato, nel campo dell’audiovisivo come del musicale come del film o dello spettacolo dal vivo. Piuttosto che trascurare, come si è fatto finora, il comparto “hard” a favore dell’“effimero”, problematica che per verità ha avuto una qualche eco anche sulla stampa quotidiana: si veda W. Morgese, Così la Puglia dell’effimero rinuncia a memorie e futuro, su «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 4 novembre 2013; W. Morgese, Indici di lettura, la Puglia è penultima in Italia – Più biblioteche, meno festival “turistici”, su «La Gazzetta del Mezzogiorno» del 20 gennaio 2015.
Sarebbe questo chiaramente un modello di programmazione regionale della cultura molto diverso dall’attuale, di sicuro strutturalmente più solido, più duraturo e soprattutto più prodigo di impatti virtuosi di tipo welfaristico, più sostenibile in termini di corretto coinvolgimento delle risorse umane, dato che oggi molte delle “intraprese” culturali dell’effimero sono basate su risorse esternalizzate e instabili, neppure espressione del privato sociale ma in molti casi più banalmente (e oscuramente)   delle “affinità” politico-partitiche.
Questo modello, in sintesi, si rimarca ancora, dovrebbe con decisione incardinarsi sul più rilevante asset in assoluto di cui la Puglia oggettivamente dispone per valorizzare le politiche culturali, vale a dire la rete “MAB”, articolandola per ampi distretti culturali e facendo perno su ciò per “lanciare” le azioni concomitanti, fra le quali di certo quelle di settore incentrate sull’audiovisivo, sulla musica, sullo spettacolo dal vivo.
Oggi invece accade l’inverso, talché a “lanciare” le azioni concomitanti sono agenzie più o meno esternalizzate, più o meno instabili, ma quasi integralmente sostenute dal danaro pubblico e finora almeno molto consonanti rispetto agli orientamenti politici (partitici) predominanti in Regione.
A questo proposito bisognerebbe sgombrare il campo da un pregiudizio, quello secondo cui la rete “MAB” sia di per se stessa un esempio di funzione conservativa della cultura, perché incentrata sul “patrimonio”, mentre a nostro avviso essa in interpretazione gestionalmente avanzata costituisce invece un formidabile caposaldo per politiche di produzione di nuova cultura «per la qualità sociale», ad esempio secondo la feconda distinzione (creatività per l’innovazione e creatività per la qualità sociale) che Walter Santagata ci ha consegnato sia nel Libro Bianco sulla creatività in Italia sia nel volume purtroppo postumo Il governo della cultura. Promuovere sviluppo e qualità sociale (il Mulino, Bologna 2014).
Infine, si accenna soltanto al fatto che il tema dei “distretti culturali” meriterebbe una trattazione ben più ampia. Essi non sono, ovviamente, la banalizzazione che ne è stata fatta con i “SAC” pugliesi, né ad essi appartiene la lettura burocratica fattane con il cosiddetto “Distretto Produttivo Puglia Creativa”, riconosciuto in via definitiva con propria deliberazione dalla Regione (n. 2476/2012). Per questo ultimo problema si ritiene utile rinviare il lettore alle interessanti riflessioni di Alessandro Hinna e Pasquale Seddio in Distretti culturali: dalla teoria alla pratica, a cura di Gian Paolo Barbetta, Marco Cammelli e Stefano Della Torre (il Mulino Bologna, 2013, pp. 21-65 e passim).
[Testo aggiornato al 21/10/2015]
___________________________

*Dal 1994 al 2010 direttore di Teca del Mediterraneo, titolare nelle Università in discipline economiche aziendali, partner leader di progetti biblio-documentali a livello internazionale. Ha promosso strutture ecomuseali e biblioteche rurali. Autore di numerose pubblicazioni. Dal 2011 è presidente della Sezione Puglia dell’Associazione italiana biblioteche.


Nessun dato da visualizzare