Il Petruzzelli ha bisogno del "suo" pubblico

Pubblicato il 20/10/2014
C’è un futuro per il Petruzzelli? La domanda, senza dubbio, è provocatoria. Di sicuro, infatti, oggi il Petruzzelli può vantarsi di una storia, la sua storia che è frutto di un miracolo. Parliamo di un “grande” teatro che è lì non per caso, non già offerto alla città dalla munificenza di un monarca o di un nobil signore cinquecentesco. Un teatro costruito, a loro spese, da due cittadini qualunque, due fratelli scapoloni di altri tempi, Antonio e Onofrio, cognome appunto Petruzzelli. Avevano accumulato un po’ di soldi, vendendo stoffe all’ingrosso in un negozio al centro di Bari. Pensarono di spenderli, forse di “investirli”, per dare alla loro città un teatro “grande e popolare”. Forse qualcuno non mancò di definirli megalomani.
E così la sera del 14 febbraio del 1903, non tre secoli fa, quel teatro, faraonico nella struttura apparve, si aprì allestendo un’opera non proprio popolare, ma grandiosa, Gli Ugonotti di Meyerbeer, espressione più eloquente del genere francese di moda, il grand opéra. Si gridò al miracolo. Bari voleva forse ricordare a Parigi di avere quel mare che essa non aveva… Bari non aveva centomila abitanti. Non era la grande città, l’ambiziosa metropoli che è oggi, ma sentiva di possedere la carica vitale per diventarla. Era il 1891 quando Antonio Petruzzelli, consigliere comunale, prospettò l’idea di dotare la città di un teatro più ampio del “Piccinni”, il gioiello costruito dai Borbone mezzo secolo prima sul modello del San Carlo di Napoli, ormai inadeguato alle esigenze della comunità: per via del costo dei biglietti, si diceva, i limiti della sua ricettività finiscono col privilegiare i ceti più abbienti.
Il nuovo teatro è a due passi dal mare, nella zona mancano persino le strade per accedervi, insomma è quasi fuori città ma viene subito ammirato come «uno dei più belli d’Italia», il quarto per capienza. Immensa è la sala liberty, ricorda l’Opéra di Parigi che in modo particolare aveva richiamato l’attenzione dell’ing. Angelo Messeni, il cognato che i Petruzzelli avevano mandato in giro per l’Europa per acquisire esperienze e conoscenze in fatto di teatri. Le decorazioni sotto la spettacolare cupola sono firmate da Raffaele Armenise, e così il bozzetto del sipario dedicato alla liberazione di Bari dai Saraceni, nel 1002, ad opera del doge veneziano Orseolo II. Un fiore all’occhiello per la città che ora comincia a sentirsi più grande.
Dobbiamo dar credito alla cabala? Dobbiamo dar valore ai segni del destino? Sta di fatto che l’idea del nuovo teatro, che si chiamerà Petruzzelli, nasce nel 1891. Esattamente un secolo dopo, la notte del 27 ottobre 1991, il compimento di un secolo di quella idea straordinaria coincide con la distruzione dell’opera realizzata. Una maledizione? Non voglio pensarci. È opportuno invece ricordare che fu quel Petruzzelli a qualificarsi, senza alcun indugio, come punto di riferimento culturale per le nostre regioni. Un vero specchio dei tempi. Quel Petruzzelli, nella vita teatrale italiana, assunse subito un ruolo di prestigio soprattutto per l’abilità di un direttore-impresario, il barese Antonio Quaranta, che peraltro era dotato di un fiuto straordinario. Fu lui a scoprire e lanciare, nel 1911, il tenore Bernardo De Muro, giunto a Bari letteralmente sconosciuto e poi, nel giro di qualche settimana, chiamato alla Scala per intraprendere una carriera trionfale. Vengono definiti “ruggenti” quegli anni, quando ospiti assidui del Petruzzelli sono Giacomo Puccini e Francesco Cilea, Pietro Mascagni e Riccardo Zandonai, questi due anche come direttori d’orchestra insieme ad Antonio Guarnieri, Edoardo Mascheroni, Leopoldo Mugnone, Giuseppe Baroni, i bitontini Vincenzo Bellezza e Pasquale La Rotella. Sul palcoscenico si avvicendano i cantanti più famosi: mancano all’elenco solo Francesco Tamagno e Enrico Caruso, ma ci sono Celestina Boninsegna, Fernando De Lucia, Mattia Battistini, Maria Barrientos, Esther Mazzoleni, e poi ancora, ricordandoli per generazione, Aureliano Pertile, Iris Adami Corradetti, Toti Dal Monte, Gilda Dalla Rizza, Gina Cigna, Mafalda Favero, Margherita Carosio, Carlo Galeffi, Gino Bechi, Maria Caniglia, Giacomo Lauri Volpi, Riccardo Stracciari, Mariano Stabile. Un anno favoloso fu il 1934. Tito Schipa, sempre legato alla sua Puglia, organizzò una stagione lirica in occasione della quinta edizione della Fiera del Levante. Beniamino Gigli cantò in quattro opere. Debuttò nella sua città la giovanissima Licia Albanese.
All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, per la singolarità della sua condizione di teatro di proprietà privata, il Petruzzelli deve fare i conti con un quadro legislativo che lo esclude di fatto dagli interventi finanziari dello Stato in favore degli enti lirici a struttura pubblica. Mancandogli questo requisito, deve essere considerato come un qualsiasi teatro di provincia, in attesa che nel 1967 la Legge 800 lo riconosca “Teatro di Tradizione”. Alla ripresa del suo ruolo dinamico, sul finire degli Anni 50, determinante è la gestione assunta da Carlo Vitale. Nell’arco di un ventennio, il teatro ritrova slancio anche sul piano progettuale. Il merito più rilevante di Vitale è di aver fatto conoscere al pubblico pugliese il teatro di Mozart. Nemmeno un’opera del salisburghese, infatti, era stata eseguita a Bari prima del 1964, quando finalmente andò in scena il Don Giovanni, seguito poi da Così fan tutte e Le nozze di Figaro. Difficile anche dimenticare il debutto a Bari di Mario Del Monaco nel 1958. In quella stessa stagione, Carlo Vitale aveva scritturato anche Maria Callas per la Norma. Al suo annuncio il teatro registrò l’esaurito, ma una settimana prima dello spettacolo ci fu lo storico “incidente” di Roma, dove la Callas interruppe la rappresentazione dell’opera belliniana alla presenza del Capo dello Stato e annullò tutti gli altri impegni, a cominciare da Bari.
Un ulteriore slancio il teatro riceve, nel 1980, dalla gestione di Ferdinando Pinto. Il Petruzzelli diviene un punto di riferimento internazionale per una serie di iniziative qualificanti anche sul piano ideativo. Nel 1982 c’è la prima rappresentazione a Bari di un’opera di Igor Stravinski, La carriera di un libertino. Riccardo Muti viene due volte a Bari, nel 1982 con la londinese Philarmonia Orchestra e nel 1989 con la Filarmonica della Scala. Una produzione del Petruzzelli fa il giro di mezzo mondo con il Barbiere di Siviglia di Paisiello, persino in Australia. Una spettacolare Aida viene allestita in Egitto, ai piedi delle Piramidi. La Ifigenia in Tauride di Piccinni, ripresa dopo due secoli, va in scena prima a Bari e poi a Parigi.
E perché non ricordarlo? Un teatro, il Petruzzelli, che per Tito Schipa è stato un felice trampolino di lancio e un malinconico viale del tramonto: il grande tenore leccese ci commosse profondamente quando la sera del 14 aprile 1955, in una recita straordinaria, a 66 anni cantò per l’ultima volta uno struggente Elisir d’amore voluto e diretto, in suo omaggio, da Carlo Vitale.
C’è chi ha scoperto il Petruzzelli quando è andato a sentire Frank Sinatra e Jerry Lewis, Lionel Hampton, Carmelo Bene, Milva e Domenico Modugno. C’è chi casca dalle nuvole se apprende che al “Maggio di Bari” del 1958, fautore Francesco Saverio Lonero, sul palcoscenico del Petruzzelli hanno suonato per due sere i mitici Wiener Philharmoniker sotto la direzione di Herbert von Karajan.
Ebbene, questa è la storia di un teatro nato grazie ad un miracolo, poi divorato da un incendio, e nessuno saprà mai perché.
Ripropongo la domanda: ora che finalmente è un ente lirico riconosciuto per legge, c’è un futuro per il Petruzzelli? La domanda resta provocatoria. Per quasi un secolo, nella condizione di “teatro privato”, escluso cioè dalle laute sovvenzioni statali, è stato capace di svolgere il suo ruolo più che dignitosamente. A sostenerlo, in modo determinante, è stato il contributo del pubblico, e testimone inoppugnabile era il botteghino. Devastanti, anche per questo, sono stati, nel tempo, gli effetti dell’incendio. La chiusura protrattasi per 18 lunghi anni ha privato del teatro almeno una generazione di spettatori, forse più. Me ne resi conto – e per me fu una constatazione drammatica! – la sera del 4 ottobre 2009, alla manifestazione per la riapertura. Ritrovai il “mio” vecchio Petruzzelli, per la verità “ringiovanito” fin troppo nei decori, ma stentavo a riconoscere qualcuno del pubblico. Non c’erano quelli della mia età, o giù di lì. Brutto segno per un teatro che ha sicuramente bisogno del pubblico giovane ma non può ritenere off limits quelli che la sua storia possono raccontarla, per averla vissuta.
Se poi, diventato “ente lirico” (gestito cioè dai partiti, con la sua bella dotazione di soldi pubblici) il Petruzzelli deve servire come spregiudicato strumento per gli intrallazzi clientelari, quale futuro potrà avere? A chi l’ardua sentenza?
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*Giornalista a 360 gradi, imperterrito sulla breccia dal 1945, è stato per mezzo secolo alla «Gazzetta del Mezzogiorno», redattore capo e poi assistente di direzione. Titolare della critica musicale dal 1959 al 1997, ha seguito assiduamente gli spettacoli nei maggiori teatri italiani e  nei cinque continenti. Dal 1974 al 1984 è stato presidente dell’Associazione della Stampa di Puglia e Basilicata e membro della giunta esecutiva della FNSI (Federazione nazionale della stampa). È stato tra i fondatori dell’associazione nazionale dei critici musicali rivestendo per un trentennio la carica di segretario nazionale. Autore di tre libri di argomento musicale, nel 1995 ha fondato (e diretto) la rivista mensile «ContrAppunti».


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