Attraverso lo spettacolo: l'archivio ipermediale italo-greco fra modernità e memoria

Pubblicato il 19/12/2014
 § 1. L’archivio fra memoria e identità: un esempio di strategia culturale (di Maria Abenante*)
 
L’archivio ipermediale italo-greco in rete, il cui acronimo è “Attraverso lo spettacolo”, è stato finanziato con i fondi europei del Programma Interreg IIIA Grecia-Italia e realizzato negli anni 2007 e 2008 coinvolgendo 8 partner, 5 italiani e 3 greci.
La Teca del Mediterraneo lo ha concepito e progettato nel quadro della propria strategia di promuovere e valorizzare gli aspetti identitari della koinè mediterranea, che prevedono anche un trattamento creativo della memoria in quanto valore progressivo e non conservatore. Il concetto di identità da intendersi, quindi, non in maniera sincronica, ma diacronica, cogliendo sinergie e relazioni in contesti più ampi.
In verità la Teca aveva già avviato e completato un altro progetto Interreg con la Repubblica d’Albania (2004-2007), basato sulle medesime considerazioni generali e su una innovativa cooperazione interbibliotecaria (per informazioni si rimanda alla sezione specifica sul sito di Teca: <http://teca.consiglio.puglia.it/pem/bibliodocinn.htm>).
La cifra originale del progetto italo-greco in questione è nel fatto che, con esso, il complesso di partner coinvolti sotto la guida della direzione di Teca come partner-leader, è riuscito a creare un prototipo di “contenitore digitale” in grado di esaltare e valorizzare i profondi legami che uniscono Grecia e Puglia nel campo dello spettacolo.
Attore protagonista del progetto è stato un cospicuo network di biblioteche pugliesi e greche che ha assicurato una fruizione ampia e territorialmente diffusa dei materiali selezionati, anche con interessanti impatti sul piano della ricerca e della didattica.
I materiali, debitamente catalogati, sono stati resi fruibili non solo on line ma anche nelle sedi delle biblioteche attraverso la predisposizione di un kit di DVD appositamente realizzato e contenente la registrazione o il recupero degli spettacoli selezionati, fra cui anche quelli più significativi della cosiddetta ‘età d’oro’ (anni ’80-’90) del Teatro “Petruzzelli”, con le finalità di riportarli alla luce e farli conoscere agli utenti greci e non solo. Il recupero degli spettacoli del Teatro Petruzzelli (45 in tutto) si è realizzato grazie ad una convenzione, sottoscritta nel 2007 nel contesto del progetto, fra la direzione della Teca del Mediterraneo e la direzione della RAI: uno dei primi esempi di valorizzazione delle “Teche Rai”.
Nel concerto dei vari progetti culturali Interreg, questo è stato tra i più importanti nel coinvolgere il sistema bibliotecario e nell’intravedere le potenzialità di tali presidi culturali ai fini di una migliore fruizione della documentazione prodotta. Tutto ciò ha costituito una novità nel campo della progettazione comunitaria e una vera e propria novità nella nostra Regione, a ulteriore dimostrazione della valenza e del ruolo fondamentale che i sistemi bibliotecari possono rappresentare nella fruizione tout court della cultura e della trasmissione della conoscenza.
Il progetto, alla sua conclusione, vanta dunque questi numeri importanti:
·         34 biblioteche in rete, di cui 17 greche e 17 pugliesi;
·         108 spettacoli in dvd di cui 28 registrati dal vivo;
·         28 interviste;
·         478 schede bibliografiche;
·         150 immagini iconografiche;
·         20 brevi audio/video;
·         300 apparati storico-critico-documentali.
La documentazione relativa al progetto, fra cui il partenariato in tutte le sue componenti istituzionali, il network delle biblioteche, le schede descrittive e l’elenco degli spettacoli riversati su DVD, si può agevolmente consultare sul sito web di Teca del Mediterraneo in una apposita sezione ad esso dedicata al seguente indirizzo: <http://teca.consiglio.puglia.it/attraversolospettacolo/>.


§ 2. Oltre gli anni Ottanta. L’archivio tra musica, lirica, balletto e modern-dance (di Pierfranco Moliterni**)
 
Un titolo di una fortunata serie televisiva ispirata e curata da Luciano Berio nel lontano 1972 – C’è Musica & musica – sottolineava con le differenze di due caratteri e la congiunzione della & commerciale, due mondi, due entità, invitando a riflettere della questione del ritardo culturale Nord-Sud nella distribuzione degli enti musicali tra le due parti del Bel Paese. Cosa non di poco conto poiché interessa da vicino le stesse vicende ‘provinciali’ della musica e dello spettacolo in Puglia e a Bari. Basterebbe ancora oggi viaggiare da Pescara verso Trieste sulla costa adriatica, e da Napoli verso Genova su quella tirrenica per toccare con mano le conseguenze della sperequazione tra teatri e istituzioni musicali che agiscono sui territori regionali al di qua e al di là del Po, ovvero a ridosso della dorsale appenninica. Quindi, ancora una volta, una Italia, quella della musica e dello spettacolo che corre a due velocità a seguito d’una sorta di tara genetica che non poco ha influito sulla distribuzione di professionalità e saperi, e quindi su sperequati livelli di formazione del pubblico.
‘Musica colta’ e musica ‘extracolta’ si diceva un tempo con una espressione che teneva assieme le due anime della musica italiana di sempre: melodramma, musica sinfonica e cameristica ma anche canzoni e canzonette; prime alla Scala e mondane serate inaugurali al festival di San Remo: tutto insieme, appassionatamente, ma con una sperequazione che faceva (e in parte fa ancora) primeggiare i grandi e storici teatri lirici, e kermesse canore spalmate nella parte superiore d’Italia ma con tenui propaggini in quella inferiore. C’è da sottolineare che attorno alla fine degli anni Settanta nascono non a caso istituzioni che si ‘piantano’ sul territorio pugliese con felici carichi di lavoro; ad esempio c’è la ICO (Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari) che un po’ riesce a surrogare con la sua attività annuale e sin dal 1977 (anno del riconoscimento nazionale da parte del Ministero) lo scacco locale nel vedere resistere le (cosiddette) stagioni liriche attuate nel teatro Petruzzelli messe in scena e gestite da impresari che subappaltano, a canone annuo, lo spazio teatrale privato della famiglia Messeni-Nemagna proprietaria dell’“immobile”. Ma sono anche gli anni che sulla scia lungimirante fattiva ed entusiastica di una generazione di professori-amministratori della cosa pubblica, riescono ad invertire la tendenza di una regione al palo con la musica e il teatro di qualità. Come non dimenticare infatti una generazione di ‘professori’ (Barbanente, Scionti, Papapietro, Fantasia, Dell’Andro, Calvario, Troccoli, Bianco, Mastroleo, Miccolis) i quali, pur da posizioni politiche contrastanti, riescono a dotare Bari di una serie di strutture materiali e immateriali che vanno a formarne la spina dorsale. Innanzi tutto con l’Orchestra Provinciale di cui si diceva, diretta da un direttore di spolvero internazionale come Gabriele Ferro e che, in quei secondi anni Settanta, conquista addirittura un spazio proprio, di proprietà e d’uso pubblico come l’Auditorium annesso al Conservatorio statale di musica Niccolò Piccinni diretto da Nino Rota, laddove c’è la sede di stagioni sinfoniche di buon livello che formano, educano alla musica d’arte più di tre generazioni di giovani. Ma è altresì la prosa, forte di una scuola di teatro e di una capillare distribuzione regionale affidata al regista Orazio Costa e gestita su base decentrata dal Consorzio del Teatro Pubblico Pugliese persino con punte di ‘fughe in avanti’ che videro coinvolti, addirittura, Eduardo de Filippo e Armando Pugliese nella sede-scuola del teatro-bomboniera Van Westerhout di Mola.
Non si è qui fatto cenno alla legge Corona del 1967 (la famosa legge n. 800) che ha governato per un buon trentennio, la mano pubblica della musica italiana e, nella fattispecie, acclarato il riconoscimento di ‘Teatro di tradizione’ all’imponente teatro di corso Cavour dei fratelli Antonio e Onofrio (un tempo ricchi commercianti di tessuti della via Melo). Il fatto è che “il gran Petruzzelli”, così come lo si chiamò all’atto della inaugurazione del 14 febbraio del 1903, rappresenta da sempre il fulcro della vita musicale pugliese stante la stridente anomalìa d’essere un ‘teatro privato’ in mezzo agli altri teatri italiani riconosciuti tali per legge ma in quanto pubblici, di proprietà pubblica o gestiti dalla mano pubblica. Un dato oggettivo che peserà sempre di più, nel bene e nel male, nella storia che esso di lì a poco ci si accingerà a scrivere. [Per un puntuale e storico ragguaglio delle vicende che portarono alla nascita del teatro dei fratelli Petruzzelli, si rimanda al sempre utile saggio di F. Picca, Bari ‘capitale’ a teatro. Il Politeama Petruzzeli 1977-1914, Edipuglia, Bari 1987; n.d.r.].
Il bello è che il protagonismo degli Enti Locali – vera novità innescata dalla riforma in senso regionale dello Stato – apre ancor più profonde contraddizioni nella gestione della legge nazionale della musica; il movimento del ’68 e la richiesta di una nuova qualità della vita, il bisogno diffuso di arricchire l’esistenza individuale di nuovi stimoli anche sul piano del consumo musicale personale, trovano nei comuni e nelle provincie pugliesi risposte anche sul piano dell’impegno finanziario. Musica jazz, festival della stampa democratica, associazioni concertistiche e associazionismo culturale (Arci e Lega delle cooperative), gruppi spontanei: tutto contribuisce ad alzare il livello della domanda di musica e di partecipazione in un settore dormiente come la musica-giovane che acquista e conquista ‘masse’ giovanili vicine alla musica del loro tempo, essa solo capace di autorigenerarsi nonostante il completo disinteresse degli apparati ufficiali.
Ad esempio, è sempre di questi primi anni Settanta (ma con propaggini anche nei due, se non proprio tre decenni successivi) l’esplosione della musica afroamericana, il jazz, grazie a circoli come lo storico jazz-club “Strange fruit” gestito e animato da un sassofonista di spessore come Roberto Ottaviano; ovvero alle prime uscite della “Jazz Studio Orchestra” di Paolo Lepore glamour quel tanto che basta per catturare il pubblico raffinato dei jazzofili d’antan; mentre del tutto nuovo perché scompagina gli schemi correnti e si ispira a fenomeni transnazionali, è l’interessante movimento punk rock nato attorno allo spazio-movimento della ‘Giungla’ l’ex gasometro zona Stanic di Bari. La loro musica si espande in città con alcune piccole band dai nomi altisonanti di “Bloody Riot”, “Undernoise”, “Lobotomy”, “Last Call”, “Rem”, “Different Style”, “Stuggle” con il carismatico cantante Militant P che ha poi dato vita ai famosi salentini del “Sud Sound System” ed essi si fanno notare in giro in Italia soprattutto con gli “Skizo” il cui unico nastro è tuttora considerato tra le cinquanta uscite più significative del punk rock italiano!
Il bello è che a questa piccola marea di iniziative si risponde con l’autocompiacimento di sempre in mancanza di un minimo slancio progettuale incapace di cogliere il ‘nuovo che avanza’, sicché il teatro Petruzzelli, in questi stessi ferventi anni Sessanta-Settanta abdica del tutto al ruolo-guida assegnatogli dallo Stato nella convinzione che esso resti, sempre e comunque, ‘tempio del bel canto’ mai capace di convogliare nuove spinte creative: il teatro pensa solo in termini di divismo canoro aggrappandosi a qualche cantante dall’ugola d’oro che transita, si propone per una o due recite, e fugge via. Non ci si rende conto che il presenzialismo fine a se stesso non poteva reggere con l’urgenza e la complessità stessa del cambiamento che, per forza di cose, diventava cambiamento della utenza; conseguentemente si intrica sempre di più il nodo mai sciolto di una schizofrenia tra ‘musica d’arte’ e ‘intellighenzia barese’ la quale è stata sempre (colpevolmente) sorda con l’attardarsi sulla vetusta, anacronistica concezione idealistico-crociana che ritiene la musica un divertissement per pochi e nulla più. Se andassimo infatti a scorrere i titoli delle opere liriche messe in scena nei primi trent’anni della sua vita (1950-1980) ci accorgeremmo del ritardo in cui versava il teatro musicale barese pur in presenza di voci di grande spolvero di Kraus, Zeani, Cappuccilli, Bruson, Scotto, Panerai, Cossotto, Del Monaco, Alva, Bergonzi; ma anche di titoli che non si schiodano dallo stanco e ripetitivo repertorio. Per non tacere che quelli sono gli anni da che la proprietà privata degli eredi Messeni-Nemagna subaffitta vasti spazi teatrali a coiffeur à la page, negozi di abbigliamento e persino a pompe di benzina e a lavamacchine; oltre ad assistere, indifferente, allo scadimento a sala cinematografica durante i lunghi e vuoti mesi autunnali, primaverili ed estivi in cui non si fa neppure la striminzita attività musicale racchiusa nella ‘stagione lirica ufficiale’ di poche settimane.
Dunque, un teatro blasonato ma alla deriva resiste modestamente a se stesso se paragonato alla attività di altri consimili teatri italiani (il Bellini di Catania, il Regio di Parma, il Comunale di Ravenna e di Ferrara: tutti teatri di tradizione), così che pochi rimpiangono lo storico e sempre ‘vitale’ gestore legato con l’establishment della DC cittadina allorché questi, improvvisamente, nell’estate del 1979, abbandona la partita a causa di una pendenza amministrativa con la proprietà dei Messeni stante la controversa interpretazione della norma contrattuale del subaffitto all’atto del rinnovo: il teatro, quel teatro, poteva essere considerato un mero immobile che produceva rendita parassitaria? oppure, al contrario, una istituzione che avrebbe dovuto produrre spettacoli di qualità e d’alto profilo culturale?
La svolta che si esplicita negli anni ’80 – ’90, nasce paradossalmente di qui, da un mero cavillo giuridico, e come è nella perfetta logica di un qualsiasi immobile sia pur di pregio, alla fine del 1979 vi subentra un altro imprenditore privato, giovane e rampante il quale di mestiere fa il distributore di case cinematografiche. Una anomalia che lascia perplessi ma che si rivelerà spiazzante perché legata allo scatto innovativo, al cambio di mentalità, di metodi, di idee che contraddistingue la nuova vita artistica del teatro in questo decennio in cui, tuttavia, si insinua sin da subito il ‘tarlo’ che lo porterà alla misteriosa autodistruzione. L’idea portante è quella che si va definendo attorno al nesso storico teatro politeama che vuol dire recuperare le origini di uno spazio ‘per tutti’ (e non solo ‘di tutti’ come è per il teatro comunale Piccinni) in cui tenere insieme lirica, danza moderna, balletto classico, prosa, recital, music-hall, cinema, avanguardia, jazz, musica colta ed extracolta, persino editoria che nasce lì e si rivolge al proprio pubblico (il magazine «Papirorosa»); per non tacere di aperture extra-ordinarie sul teatro sperimentale europeo con i seminari e gli spettacoli di un mito dal nome Tadeus Kantor (La classe morte Wielopole Wielopole). Ora si punta decisamente a larghi strati di pubblico quand’anche gli happy few della lirica forniscono la base di partenza, e invece si punta a catturare la stragrande maggioranza di pubblico eterogeneo per troppo tempo escluso dalle cerimonie delle premiére della ministagione lirica nel luogo esclusivo del melodramma.
Nascono dunque le fortunate rassegne di TeatroDanza, Nell’intima dimora, Lo strumento scordato, Azzurro, FestivalCastello capaci quindi di mischiare le carte e, cosa impensabile, di mischiare il pubblico, tal che questo “Petruzzelli” del cosiddetto decennio d’oro diventa uno spazio moderno che cerca di interpretare le mode e non solamente di sentirsi un mero contenitore: esso insomma diventa il cuore dello spettacolo in Puglia, si propone addirittura come punto di riferimento per lo spettacolo di qualità in tutto il Meridione, gareggia per vivacità e intraprendenza con i maggiori teatri italiani del centro-nord. L’effetto primario è il mutamento di registro che si realizza grazie a proprie produzioni liriche cui seguono tournée in Australia, Spagna, Norvegia, USA, Russia, Francia, Brasile attorno a spettacoli che vengono firmati da prestigiosi registi (Luca Ronconi, Mauro Bolognini, Dario Fo).
Si inizia dalla Carriera di un libertino di Igor Stravinsky opera del Novecento che, addirittura, va ad inaugurare la prima stagione del nuovo corso (1979) e poi si passa al Barbiere di Siviglia di Giovanni Paisiello presentato in lunghe tournée a San Pietroburgo, Parigi, Granada, Bergen, Sidney; alla Iphigénie en Tauride di Piccinni esportata nel prestigioso Théâtre du Chatelet di Parigi, ai Puritani di Bellini in una rara edizione storica curata da P.L. Pizzi; cui segue una Bohème per la regia di Bolognini (Gasdia, Cupido) e una Turandot con la Ricciarelli e Nicola Martinucci; sino ad arrivare all’azzardo di una Aida alle Piramidi di Gyza. Del tutto ovvio accennare all’alto livello (questo sì, distributivo) raggiunto grazie a star della danza che rispondono al nome di Rudolf Nureyev e Carla Fracci (Giselle - Coppelia), Michail Barischnikov e Alessandra Ferri, Carolyn Carlson, Alvin Ailey, Patrick Dupond e Noella Pontois (La bella addormentata nel bosco), Jerome Savary (Histoire du soldat); Luciana Savignano e Micha von Hoecke (Doucha); ad uno storico spettacolo a sé come La gatta cenerentola (De Simone e la NCCP) ovvero alla scoperta dello yiddish con Moni Ovadia (Oylem Golem, regia di un giovane debuttante, Daniele Abbado), e infine ai mitici musical Hair e A chorus Line.
Ma la versatile offerta di proposte davvero spettacolari si misura anche con protagonisti di altissimo livello nella danza, nel teatro sperimentale, nei recital. Pensiamo a Pina Baush con un recital memorabile (Palermo! Palermo!); ovvero a Maurice Bèjart con il suo Ballet du XXème siècle (Sagra della Primavera); Marta Graham e la sua Dance Company; Zizi Jeanmaire e Roland Petit (Hollywood Paradise, Coppelia); Antonio Gades (Carmen suite flamenca); Flowers con e di Lindsay Kemp; il trittico sperimentale La Tana da Kafka; La caduta della casa Usher di Poe; Sarrasine di Balzac (regìa di Walter Pagliaro, con Paola Mannoni, Lino Capolicchio e Ginny Gazzolo); recital al fulmicotone di star internazionali come Liza Minnelli, Frank Sinatra, Jerry Lewis, Luciano Pavarotti.
Dopo dieci anni ininterrotti di questa grande festa di cui le schede dell’Archivio Ipermediale “Attraverso lo Spettacolo” danno ampia testimonianza e documentazione di quasi tutti quegli ‘eventi’ poc’anzi nominati, ecco che, improvvisamente, una notte di tregenda (27 ottobre 1991) manda tutto letteralmente in fumo. La ‘epopea’ del rinnovato Politeama che aveva abbracciato tutti i generi e tutti i pubblici possibili e che era tornato a brillare di luce propria nelle mani di un management giovane che ne aveva decretato il successo internazionale (ma sempre all’ombra del danaro pubblico) si eclissa dall’oggi al domani in una città e presso una classe politica di memoria corta o quanto meno acquiescente negli anni del successo e ora silente nelle ore del disastro. [Di quell’oscuro evento hanno ragionato alcuni giornalisti baresi che ne hanno scritto da versanti talvolta opposti, ma comunque testimoniando lo sforzo conoscitivo per una vicenda che non poco ha traumatizzato la società barese.
Si rinvia pertanto alle pagine di O. Iarussi, Che ci facciamo qua? La vita culturale a Bari, Laterza 1998; A. Preti, Il sipario lacerato. La stagione d’oro del Teatro Petruzzelli, Marsilio, Venezia 2000; L. Quaranta, Il falò delle verità. Il processo per l’incendio del Teatro Petruzzelli, Marsilio, Venezia 2000; F. Versienti, Passaggio a Sud-Est. Atlante della vita musicale pugliese, Laterza, Bari 2002; F. Chieco, Il fu teatro Petruzzelli, Adriatica, Bari 2002; E. Pani, La maschera caduta. Il Teatro Petruzzelli di Bari, Levante, Bari 2007; A. Rossano, Il Petruzzelli. Storia di una città, Progedit, Bari 2008; F. Versienti, Teatro Petruzzelli. La storia interrotta, Laterza, Bari 2009; n.d.r.].
Proprio come arrivava a sottolineare Fabrizio Versienti, attento cronista di queste vicende: «nel giro di pochi mesi, però, il quadro cambiò. Mentre cadevano nell’ordine il blocco comunista in Europa e la cosiddetta Prima Repubblica in Italia e i proconsoli baresi dei grandi partiti romani passavano la mano […] il teatro fu semplicemente dimenticato. In fretta, come questa città sa dimenticare». Oggi dunque le schede e le stesse straordinarie immagini che, grazie agli Archivi nazionali delle Teche Rai, Bepi Acquaviva ha meritoriamente ‘scovato’ e fatto riversare dalla sede Rai di Bari su supporti fruibili e a disposizione di tutti, raccontano quel famoso decennio che fu scandito da una serie di spettacoli musicali, di danza, di teatro, di musica-giovane difficilmente replicabili oggi, a Bari, in Puglia, nel Meridione, e forse anche in gran parte d’Italia.
A margine va del pari sottolineato che l’azione di progetto relativa alla Teche Rai, ha visto preliminarmente un accordo formale stipulato fra il direttore di Teca del Mediterraneo del tempo, Waldemaro Morgese, e la dirigenza nazionale della Rai; prevedendo con esso il riversamento digitale dei materiali originali selezionati e un breve corso di formazione sulle regole di classificazione.
Qualcuno forse, tra lo sprovveduto e l’aspirazione provinciale a sottolineare gli aspetti negativi di siffatta stagione davvero ‘spettacolare’, potrebbe chiedersi della loro utilità o della loro utilizzazione: solo nostalgia d’un tempo passato? Solo glorificazione f.t.m.? (fuori tempo massimo). Noi vorremmo invece che quella esperienza fissata per sempre nello Archivio dello Spettacolo rimanesse ferma e ancora viva, e vivida nelle menti di tutti i pugliesi o nelle loro sensibilità passate e specialmente future. Un futuro da costruire appunto con e per i giovani di oggi, troppo spesso distratti dall’effimero o peggio dallo scadimento del loro consumo culturale. Rimandiamo all’Archivio Ipermediale dello Spettacolo la sostanza di un serio impegno conoscitivo ma più ancora educativo. Cosa che per noi conta ancora molto, anzi moltissimo.
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*Bibliotecaria. Opera presso Teca del Mediterraneo, ove svolge attività di reference, catalogazione e cura progetti ed eventi culturali. È co-curatrice, fra l’altro, dei volumi sui workshop di Teca, de L’Archivio storico dello spettacolo in Puglia. Ha scritto su «AIB studi», «AIB notizie» e «Biblioteche oggi». Membro del Comitato esecutivo nazionale dell’Associazione italiana biblioteche dal 2011, di cui è attualmente vicepresidente.
**Docente di Storia della Musica Moderna e Contemporanea, Storia del Melodramma, Metodologie e forme della Comunicazione Musicale, Storia della produzione musicale dell’Università di Bari. Particolarmente attento alle dinamiche sociologiche della vita musicale, ha contribuito alla sua conoscenza con una vasta saggistica e con alcuni fondamentali testi musicologici. Ha curato la prima biografia storica di Niccolò Piccinni e condotto il primo studio organico sul Futurismo in musica; ha fatto  parte del comitato di direzione di “LaboratorioMusica” ed è ad oggi componente della redazione del quadrimestrale nazionale «Musica/Realtà». Collabora come critico musicale alla rivista on line «Corriere di Puglia e Lucania» e al quotidiano «Il Corriere del Mezzogiorno».



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