PLATEA Progetto di recupero e riqualificazione

Pubblicato il 02/07/2014
 
 
1.      L’Osservatorio Nazionale
         Il Mibac
 
Cominciamo dalle conclusioni.
Il Direttore Generale del Ministero per lo Spettacolo, conclude la presentazione della Relazione al Parlamento elaborata dall’Osservatorio Nazionale dello Spettacolo per l’anno 2012 (per il 2013 è disponibile solo una short version e una selezione di dati statistici) con questa sorprendente affermazione: «[…] la Relazione realizzata quest’anno è un documento di agevole consultazione, nel quale i dati sono esposti con chiarezza e rigore scientifico. L’intero lavoro presenta una struttura descrittiva, neutrale. Soltanto l’utilizzo di qualificati strumenti di indagine può consentire ai ‘decisori’ di operare in modo razionale ed efficace […]».
Tutto sommato una semplice quanto doverosa ammissione di impotenza, che resta vuota e banale se si omette di dire che: «[…] essa viene proposta quest’anno con importanti novità di rilievo: una nuova veste al fine di rendere maggiormente chiara l’esposizione dell’andamento della spesa pubblica per lo Spettacolo […] in Italia, un panorama chiaro e trasparente delle iniziative finanziate, uno spaccato territoriale della distribuzione dei fondi pubblici più particolareggiato e un quadro di insieme degli effetti del finanziamento pubblico nell’economia italiana […]»; come correttamente sottolineato dal Prof. Francesco Sicilia nella prefazione alla Relazione del 2004. Non si tratta di una veniale svista né del tentativo di evitare un inutile ‘copia-incolla’, quanto di un taglio introduttivo collegato ad una omissione nei contenuti della Relazione.
Nel 2004 i dati storici (FUS, Siae, Istat) si incrociano, per la prima volta, finalmente, con quelli sull’occupazione nei diversi comparti dello spettacolo dal vivo (numero addetti, giornate lavorative, retribuzioni), fonte Enpals.
Dal 2007 i dati Enpals scompaiono e l’incrocio virtuoso, che svelava gli «[…] effetti del finanziamento pubblico nell’economia italiana […]» si scioglie in una folle rotatoria senza svincoli, una sorta di vortice di dati che spesso si ripetono senza dare una indicazione né una via d’uscita ai ‘decisori’.
 
2.      L’ Osservatorio fiscale
        La SIAE
 
L’Annuario della Siae del 2012 (per il 2013 sono disponibili solo i dati semestrali) conclude la nota introduttiva con queste parole: «Oggi possiamo dire di essere ad un punto di non ritorno: o si attuano, concretamente, articolate strategie d’intervento, o si dovrà assistere, a breve, alla ineluttabile scomparsa di importanti strutture che ospitano attività di spettacolo».
L’incipit lapidario così sentenzia: «Il 2012 è stato un anno di profonda crisi per molti comparti dello spettacolo».
Continuando, con un tono quasi tragico ed insieme incredulo: «Non è facile analizzare con distacco i risultati economici di un settore così importante dell’economia nazionale, se si tiene conto che, dietro alle percentuali negative, si celano la cancellazione di migliaia di posti di lavoro, la paura per la crisi economica di molte famiglie, le prospettive per un futuro incerto».
Non è chiaro se alla Siae sono più dispiaciuti per la ‘scomparsa’ di importanti strutture per lo spettacolo, oppure per la «cancellazione di migliaia di posti di lavoro».
Il fatto strano è che nei dati delle puntualissime tabelle della Siae non si censiscono le strutture teatrali (posti a sedere, misure del palcoscenico, tipologia dei servizi), né si menzionano i lavoratori, i tecnici, gli artisti ed i loro magri compensi.
Invece al Mibac qualcuno si è accorto che, se non si incrocia qualche dato, è inutile continuare a dare i numeri; così è partito uno ‘studio pilota’ per ora solo consultabile sul sito (Panorama Spettacolo 2013) con un preciso quanto ambizioso obiettivo: «Per il moltiplicarsi dei luoghi in cui sono assunte le decisioni […] la domanda di informazioni si caratterizza oggi per un maggiore dettaglio territoriale e l’approccio micro-territoriale delle analisi […], la collaborazione della Siae permette il censimento georeferenziato dei luoghi fisici che ospitano attività spettacolistiche […] garantendo la possibilità di valutare l’offerta di spettacolo e la corrispondente domanda […]».
Qui si rischia la depressione e il suicidio: la depressione perché il “censimento georeferenziato” è stato fatto dagli enti territoriali fin dal 1970, con le Regioni, più volte aggiornato e consolidato in una mole di volumi pubblicati e regolarmente trasmessi a Roma; suicidio perché mandare dei piloti allo scoperto per valutare l’‘offerta’ quando anche i bambini sanno che lo Stato interviene, per rispondere alle esigenze de i cittadini-contribuenti (la ‘domanda’), con un intervento finanziario mirato a garantire i servizi necessari (l’‘offerta’), significa mandarli a fondo e senza salvagente.
Aggiungere poi, per scrupolo, che c’è “la corrispondente domanda”(!) è un insulto all’intelligenza degli Italiani.
 
3.   L’ Osservatorio Federativo
      Federculture
 
Le cifre conclusive del Rapporto Annuale di Federculture 2013 sono desolanti, disarmanti, disperate: «Anche l’intervento dello Stato per il settore dello spettacolo, segue da tempo la stessa parabola discendente. Il Fondo Unico per lo Spettacolo dai 507 milioni di euro del 2003 è stato ridotto ai 389,8 milioni di euro del 2013, diminuendo in un decennio del 23,1%.».
«Negli ultimi anni si è poi aggravata la crisi dei bilanci delle amministrazioni locali, a lungo promotrici di politiche culturali attive e innovative».
«In pochi anni le risorse per la cultura provenienti dagli enti  locali sono diminuite di oltre 400 milioni di euro».
«I Comuni che stanziavano 2.462 milioni di euro nel 2008, nel 2011 erano già scesi a 2.135 milioni di euro (- 13%); le Provincie hanno proceduto con un ritmo deciso, ineluttabile, verso una abolizione delle competenze e delle risorse, dai 295 ml. di euro ai 213 ml. di euro, con un taglio del 27% in quattro anni».
Anche in questo caso si rileva una stranezza:
Federculture mette a confronto il totale delle risorse pubbliche italiane con quelle degli altri paesi europei segnalando, per esempio, che i 1.547 milioni di euro italiani sono più dei 1.400 milioni della Danimarca (solo che l’incidenza sul PIL è 0,11% a 0,91% per i danesi), mentre i poco più di 2.000 milioni di Berlino incidono per il 0,10%, quasi come Roma, non sembra vero; ma un asterisco ci porta ad una scrupolosa nota di Federculture con la quale si precisa che i Lander tedeschi aggiungono almeno 9.000 milioni di euro alla quota Statale ed eccoci tornare alla realtà.
Solo che i Lander tedeschi corrispondono alle nostre Regioni e allora dove sono i soldi delle nostre Regioni? L’Istat non lo sa o forse lo sa ma no lo dice, L’Osservatorio del  Mibac non lo dice e forse nemmeno lo sa, la Siae non si è mai posta il problema.
La Cgil Puglia (Coordinamento Spettacolo) ha analizzato il finanziamento Regionale allo spettacolo dal 2005 al 2010.
Nel biennio 2005-2006 risultano finanziati 400 soggetti per 7.800.000 di €.
Nel triennio 2007-2009 oltre 760 per circa 6.000.00 di €.
Nel biennio 2009-2010 fondi regionali ridotti a 3.200.000 di €, avvio dei fondi Fesr con 15.000.000 di € fino al 2013.
Nelle altre Regioni qual è stato l’ammontare dei finanziamenti?
Lo rileviamo in una attenta analisi della gestione dei flussi finanziari per il settore dello spettacolo dal vivo, curata da due ricercatori, Anna Rosa Maselli e Giulio Stampo, riferita al 2004: 418 milioni di €.
Anche per le Regioni possiamo applicare una percentuale di tagli pari al 20% circa e così scendiamo ad un totale dei FURS pari a circa 340 milioni di euro, nel 2013 (la Regione Puglia, sembra l’isola del tesoro).
Dunque lo Spettacolo dal vivo in Italia può contare su 320 milioni del FUS (dalla dotazione di circa 400 vanno detratti i circa 80 al cinema), 340 milioni dei FURS, 213 milioni dalle Province, 2.135 milioni dai Comuni, per un totale pari a più di 3.000 milioni di euro.
Prima domanda: quali sono gli ‘effetti’ sull’economia nazionale di questo rilevante flusso di risorse investito dallo Stato, in tutte le sue articolazioni, nel settore?
Il Prof. Sicilia se lo chiedeva fin dal 2004 e per trovare una risposta incrociava i dati del FUS con quelli dell’Enpals.
 
4.      L’Osservatorio dell’Occupazione
         L’Enpals (che oggi non c’è più)
 
Dati Enpals 2012, lavoratori Spettacolo, tav. 1/A e succ.:
284.193 iscritti (10.068 attori nei diversi settori), compenso medio 102 € al giorno, media giornate lavorative 106 all’anno;
Il totale delle retribuzioni (compenso medio x media gg. lavorativi) dei contribuenti iscritti all’Enpals nel 2012 ammonta a circa 31 milioni di euro; gli incassi al botteghino (Annuario Siae 2012) ammontano a circa 355 milioni di euro.
Scene, costumi, luci, fitti, noleggi, servizi, pubblicità e tasse costerebbero dieci volte il costo del lavoro? Ammesso che si sia, negli anni, avvallato tale spreco, com’è possibile dichiarare deficit per chiedere ed ottenere anche i contributi da Stato, Regioni, Province e Comuni?
È necessario scoprire i trucchi di scena, vedere cosa c’è dietro le quinte.
Il quadro è più desolante; perché i 100€ per 100 giornate all’anno sono soltanto una media statistica, illusoria come possono essere tutte le statistiche quando sono complessive, generiche, auto gratificanti.
Il Teatro Pubblico Pugliese con il progetto “Vivo di Spettacolo” (2006) aveva scoperto le carte e denunciato un gioco clandestino.
Ce lo spiega Carla Bodo (in Bodo ed altri, L’occupazione Culturale, 2009): «Il numero degli iscritti all’Enpals non corrisponde ad altrettanti occupati se con questo termine si intende un soggetto che ricava proventi sufficienti a sostenersi dalla sola attività svolta in questi settori. Le elaborazioni, fornite dall’Enpals, si riferiscono al 2005 ma evidenziano un dato persistente, strutturale. Gli assicurati, registrati nella banca dell’Enpals, sarebbero più di un milione, ma nel 2005 il requisito del versamento per almeno una giornata di lavoro è stato riscontrato per ben 258.793 iscritti».
Allora dalla nostra testa parte una domanda, che ci rimane strozzata in gola: quanti saranno i lavoratori (!) dello spettacolo che lavorano (!) per tre giornate all’anno, e quanti, più fortunati (magari più bravi) portano a casa una settimana di stipendio? Torniamo ai dati Enpals aggiornati al 2012, settore teatro.
Attori, media giornate lavorative nell’anno: 17,6; Tecnici, 116,3; Amministratori, 158,4; uno spettacolo, bello o brutto che sia, si fa con 6/8 attori, 3/4 tecnici ed un amministratore (anche questa è una media).
Qui sorge più di un problema.
Seconda domanda: a cosa servono quei 3.000 milioni di euro dell’intervento pubblico?
Ovvero, a chi vanno i soldi di tutti i cittadini?
La CGIL nazionale, dal 1996, denunciava l’anomalia (a una incredula Gabriella Carlucci, Responsabile Spettacolo della prima F.I.), ponendo un quesito provocatorio: siamo di fronte ad uno spreco di soldi pubblici?
 
5.      L’Osservatorio dello spreco
         “Cottarelli”
 
Dobbiamo inevitabilmente introdurre il concetto di “prodotto teatrale” che scopriamo in una recente ricerca dell’Osservatorio Nazionale dello Spettacolo, a cura dell’Avv. Lorenzo Brigato.
«L’intervento statale nel settore dello spettacolo dal vivo in termini di promozione e resa è un argomento piuttosto sconosciuto nel panorama negli studi condotti negli anni che ci precedono; […] nel settore industriale si realizza un prodotto sulla base delle esigenze del consumatore, in campo artistico si crea prima il prodotto e poi si cerca di individuare i fruitori […] le imprese teatrali si muovono sostanzialmente in due direzioni: una che si indirizza allo spettatore cercandone il consenso, un’altra che si dirige ad ottenere una quota del finanziamento pubblico».
Sembra che al Mibac qualcuno si muova per chiarire più di qualche ombra addensatasi sul recente passato, anche se l’approccio pare, forse è, piuttosto ingenuo, abbastanza semplicistico, appena un vagito.
Le imprese, i sindacati, gli artisti, i lavoratori dello spettacolo dal vivo hanno annusato, masticato e digerito ogni opzione del binomio promozione-resa sia nella direzione del consenso e del mercato, sia in quella della sopravvivenza assistita in nome di una presunta e soggettiva missione artistica.
Solo da qualche mese, però, abbiamo in campo un nuovo soggetto, tra il Mibac con il suo passato paludoso e le novità fasulle, tra i sindacati che denunciano ma lasciano stratificare il fango, tra la crisi economica che è esplosa, si è diffusa e ormai non lascia più spazi per manovre funamboliche o miracolose, è arrivato Cottarelli.
Quando Cottarelli ha promesso che avrebbe tagliato le spese energetiche spegnendo le luci di troppo, a qualcuno, per un attimo, è venuto il dubbio che rischiavano anche le luci dello spettacolo, quelle che costano più del costo del lavoro per l’intero settore.
Cottarelli, pare, abbia aperto la pratica, abbia chiesto la documentazione abbia esaminato i dati, le tabelle e le osservazioni come questa (Bodo, cit.):
Spesa Cultura 2006
Stato, 1917 milioni - Province, 282 milioni - Comuni, 2.322 milioni, per lo Stato non sono comprese le spese per Stampa e Radio-Tv, le Regioni non sono menzionate perché non esistono dati successivi al 2000 (Rapporto Economia della Cultura 1990-2000); anche l’Istat ha smesso di rilevare l’aggregato di spesa “cultura” perché non considera più comparabile ed attendibile la classifica delle spese Regionali.
Poi Cottarelli ha riflettuto a lungo, ha valutato il rapporto costi-benefici del suo lavoro, ha chiuso la pratica e ha deciso che sarebbe stato meglio lasciar perdere.
Le luci dello spettacolo si sono salvate dai tagli della spending review, però, prima o poi, bisognerà affrontare la questione dei costi-standard.
Terza domanda: se i contratti di lavoro e i versamenti Enpals, ora Inps, certificano il costo del lavoro, chi certifica i costi dei fitti, dei noleggi, dei trasporti? E chi valuta e certifica i costi delle Scene e dei Costumi? Soprattutto chi controlla che le cento luci e le grandi Scene per il debutto in un grande palcoscenico seguano lo spettacolo anche nei piccoli teatri di provincia gravando pesantemente sul costo della recita, ormai al di là dei 10 mila €? E chi controlla la maldicenza di chi ipotizza che le luci risultino fittate surrettiziamente, diventando un illecito guadagno? Cottarelli avrà pure rinunciato a spegnere questa costosa illuminazione, ma qualcuno vorrà e saprà fare luce su questa buia tragicommedia tutta Italiana?
 
6.      L’Osservatorio Legislativo
         Le Leggi
 
In Italia non c’è una Legge sul Teatro, non c’è oggi, ma non c’è stata ieri né prima di ieri, non c’è mai stata. «Il regime fascista consegna un’Italia da ricostruire e un settore, lo Spettacolo, che, da un punto di vista istituzionale, si è configurato entro un rapporto con lo Stato con chiari caratteri paternalistici, di assistenzialismo e dirigismo». (Di Lascio: Istituzioni di diritto e legislazione dello Spettacolo, 2010). Nel 1948, il nuovo governo repubblicano istituisce la Direzione generale dello Spettacolo con delega ad un giovane Sottosegretario, si chiamava Andreotti, Giulio Andreotti. Non c’è più un ministero (il Minculpop era improponibile), ma resta l’ETI (Ente Teatrale Italiano) istituito con legge nel 1942, resta anche l’Ufficio per il visto preventivo sugli spettacoli (la censura) e così restano il paternalismo, l’assistenzialismo ed il dirigismo. Nel 1949 nasce la prima Circolare per le attività di prosa, prevede “premi” per le “novità italiane”, contributi per gli “allestimenti scenici”, e ancora “premi finali”; continuerà cosi per cinquant’anni, fino al 1999. Qualcuno si accorge che la “Circolare” non è atto con valore provvedimentale, ma mere direttive di carattere interno, non avendo carattere normativo, mentre le Regioni hanno promulgato una ventina di Leggi Regionali sullo Spettacolo (leggi quadro) e Leggi Regionali di settore per La Musica, il Teatro, la Danza, il Cinema. Si tenta di rimediare elevando la “Circolare” al rango di “Regolamento” che almeno è una fonte normativa secondaria, sott’ordinata rispetto alla legge nella gerarchia delle fonti: il problema è che, per il teatro, non c’è una Legge dello Stato, mentre ci sono molte Leggi Regionali. Difficile pensare ad un testo di Legge capace di non aprire conflitti con un solo articolo di una sola Legge Regionale. Questo spiega, forse, ma non giustifica, il fallimento di una sequela di Disegni di legge e Proposte di legge dall’annuncio del Ministro Ariosto del 1952, a Trabucco 1960, D’Arezzo 1980, Strehler-Bordon 1988, Veltroni 1999, Carlucci 2001, Carlucci e altri 2003, Colasio e altri 2003, Colasio e altri 2006, Rositani 2006, Luxuria 2006, Ciocchetti 2007, Adenti e altri 2007, Carlucci-Barbareschi 2008. Questo dimostra, però, che, in realtà, nessuno ha mai voluto una Legge, nessuno la vuole oggi, nessuno la vorrà domani.
«La responsabilità di tale fallimento è equamente ascrivibile agli operatori ed ai soggetti istituzionali; per i primi la “competizione” valeva per il conseguimento dei finanziamenti pubblici più che per il potenziale mercato degli spettatori; per le istituzioni si sono, di fatto, perpetrate quelle forme di intervento già presenti nell’Italia pre-repubblicana, paternalistiche, assistenziali e dirigistiche» (Di Lascio, cit.).
Una conclusione disarmante, ancora.
Così, di certo, nessuno può illudersi di arrivare ad un lieto fine.
 
7.      L’Osservatorio Accademico
         L’Associazione Economia della Cultura
 
Il primo numero di «Economia della Cultura» è arrivato in libreria alla fine dell’estate del 1991, come numero unico. Chi ebbe l’opportunità di averlo tra le mani lesse del «dilemma tra Stato e mercato» (Leon), di «cultura e neoliberalismo» per lo Spettacolo dal vivo (Dupuis), della «politica culturale in Europa» (Bodo), della «cultura tra pubblico e privato» (Masini), e la risposta di Trezzini alla domanda: “Perché manca ancora una legge sul Teatro?».
Girando le pagine sembrava, essere arrivato il momento di ‘voltare pagina’, alla fine di quell’estate pareva essere finita un’epoca e dall’Accademia nacquero gli epigoni e, subito dopo, i peripatetici e le discussioni ed i dibattiti che giravano attorno alle questioni senza fermarsi mai.
La prima “Convention del Teatro” organizzata dall’Agis a Parma nel 1994 aveva per tema “La prospettiva del teatro, un punto di svolta” ed un seminario sulla “Qualità dell’investimento culturale nella ricaduta sociale ed economica del teatro” presieduto da Paolo Leon.
L’anno dopo il tema è sfacciato: “Il teatro in Italia, 50 anni fuori legge”, mentre Paolo Leon illustra una  memorabile relazione introduttiva su “La legge per il teatro di prosa” elaborata dall’Agis (!).
La terza “Convention”, nel 1996, incomincia a girare attorno al problema con un tema evocativo, astratto, quasi spaziale: “Mille giorni al 2000”. Non c’è più Leon che è rimasto nel dubbio, non mi hanno capito oppure non hanno voluto capirmi?
Si ascolta solo l’eco di una vecchia battuta: «È ora di chiudere con l’assistenzialismo» (Marzio Tremaglia, Assessore Regione Lombardia).
Nel 1997, siamo al quarto giro del Peripato, esaurite le balle spaziali si passa all’esame autoptico (il cadavere è già sul tavolo), tema: “Il Teatro, lo stato delle cose”, si illustreranno i rapporti tra il mondo della Prosa e la Pubblica Amministrazione, le Fondazioni bancarie, il mondo del lavoro, le strutture europee, il fisco, l’informatica. Gli Accademici avevano già chiarito ogni cosa, si aspettavano risposte serie, atti concreti, ma i peripatetici non ci sentono da quell’orecchio, non li invitano nemmeno più, mentre continuano a girare a vuoto verso l’ultima corsa.
Arriviamo al 1998, ultima Circolare ministeriale per la prosa, ultimi incontri, riunioni, telefonate che partono e arrivano all’Agis, fine della giostra.
A Parma chiude l’ultima “Convention” come un triste ‘finale di partita’, tavola rotonda biblica: “Le tavole delle Leggi”, tema del dibattito: “Le parole saltimbanco, cantante, suonatore sono soppresse”, siamo ai titoli di coda.
Dal 1999 c’è un Regolamento che è quasi una legge, in attesa della Legge promessa da una cascata di testi depositati nelle Commissioni parlamentari, sono passati 15 anni e c’è ancora il Regolamento (dal 2008 in forma di D.M.).
Alla fine, anche per non deprimere quelli dell’Associazione Economia della Cultura, prendiamo lo spunto da un articolo di Paolo Leon (n°1/97), «l’equilibrio necessario tra rispetto per la domanda individuale e rispetto per quella collettiva, rispetto per l’offerta artistica e rispetto per la funzione pubblica non è cosa che si realizzi modellando grossolanamente comportamenti […] l’economia della cultura non riesce a razionalizzare scientificamente i soggetti del contesto nel quale precipita la cultura: lo Stato ed il mercato […] gli sforzi sono importanti […] da soli non bastano», ricordiamo l’anno, 1997, e scopriamo quello che può essere un ottimo titolo per avviare una discussione aperta e sincera che ci porti a trovare le risposte giuste alle domande che si sono accumulate in questa esplorazione conclusiva ‘attraverso lo spettacolo’: “Lo Spettacolo dal vivo, miseria e nobiltà”.
Ci rivolgiamo, con rispetto, a tutti i nuovi Sindaci, gli Assessori e i Dirigenti dei Comuni, ai futuri Governatori delle Regioni, i loro Assessori, i loro Dirigenti e, ci sia permesso, anche al Signor Ministro, al Direttore Generale ai componenti dell’Osservatorio Nazionale dello Spettacolo.
(Versione aggiornata al 2 luglio 2014)
 

*Presidente del Consorzio “Coopta” (Cooperative Teatrali Associate) e della Cooperativa “Repertorio” (Raccolta e analisi di testi e documenti bibliografici). Già presidente del Consorzio regionale Teatro pubblico pugliese (1986-1988), presidente di Mondoteatro (Roma) dal 1989 al 1990, consigliere d’amministrazione dell’ETI (Ente Teatrale Italiano) dal 1989 al 1994, vicepresidente dell’Azienda Speciale Teatro pubblico pugliese dal 1999 al 2007.



Pubblicato il 06/10/2014
ringrazio il sig. marrone per la eccellente relazione; spero che venga diffusa in tutta l'Italia , affinchè qualcuno di buon cuore voglia svelarci "cosa c'è dietro le quinte".